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Roberto Fico sul bus, gli altri si attaccano al tram

L'operazione di umiltà (solo apparente) del presidente della Camera è riuscita in pieno: ha diviso ancora di più la sinistra dal proprio elettorato avvicinandola all'estinzione.

Una forbice tra il 15 e il 20% di ex elettori del Partito Democratico ha votato il Movimento 5 Stelle il 4 marzo, questo è un dato di fatto. I pentastellati hanno espugnato storiche roccaforti del Pd in tutto lo stivale colorando di sinistra il bacino di voti di Luigi di Maio e della Casaleggio Associati.
Nulla di male, sono le regole del gioco democratico, se non fosse che il migliore assist all'emorragia di voti sia stato eseguito con masochista maestria dalla stessa sinistra, senza nemmeno essersene resa conto.

L'ormai nota vicenda di Roberto Fico e il bus è stato solo l'ultimo di una lunga serie di autogol susseguitisi in questi pochi giorni di marzo. Delusa, ferita e tradita la sinistra ha inasprito inspiegabilmente l'atteggiamento snob nei confronti del Movimento 5 Stelle e dei suoi elettori. Umiliare l'avversario, farlo sentire un idiota, sconfiggerlo nell'insensata guerra di like su Facebook e Twitter. Cui prodest?

Roberto Fico ha teso la trappola, ci sono caduti in tanti. Il dibattito pubblico italiano si è paralizzato per giorni intorno alle analisi circa i mezzi di trasporto che usa o che ha usato in passato Roberto Fico, rendendogli notorietà. Agli occhi degli elettori, al netto dell'ironia ridondante sul tema, una certa sinistra ha così rinunciato ad uno dei valori fondanti del socialismo storico: l'esistenza immotivata di privilegi. Si è impantanata in un dibattito vuoto proprio mentre con buone probabilità si sta formando un governo sostenuto da chi parla apertamente di difesa della "razza bianca" e strizza l'occhiolino a Putin e a movimenti di estrema destra.

Aveva senso attaccare il Movimento 5 Stelle su questo terreno? Porsi questa domanda non vuol dire riempirsi la bocca di slogan anti casta, organizzare Vaffa Day o demonizzare la classe politica in toto. Bisognava però riflettere, essere capaci di dare una risposta ad una richiesta che, volenti o nolenti, esiste. Ridurre gli stipendi e i benefici dei parlamentari non è la panacea ai mali del Paese e non deve diventare certamente la bandiera della nuova sinistra italiana ma era davvero necessario fare tanta pubblicità ad un'iniziativa di chi dell'abolizione dei privilegi ne ha fatto un tema su cui piantare le proprie radici? Se tanti elettori hanno abbandonato i vecchi partiti anche su un tema come questo, tema non estraneo al mondo della sinistra, era necessario davvero combattere questa battaglia? Roberto Fico ci ha portato tante persone, in questo ha già vinto prima ancora di iniziare. Nonostante tutto.

La strategia dei bersagli facili ha fallito. Si è preferito ancora una volta affermare la propria ragione piuttosto rimettersi in discussione, ipotizzare di avere torto o quantomeno fermrsi per cercare di comprendere. Il 4 marzo è stata la netta e inequivocabile sconfitta di una classe dirigente arrogante e lontana dalla realtà che credeva di aver compreso il mondo, che credeva di poter imporre la propria visione alla massa e che nonostante tutto ha continuato nell'opera più ambiziosa e idiota della storia della politica italiana: convincere gli elettori di essere dei deficienti per poi riportarli, non si sa bene come, a rivotarli.

Quando? Oggi no. Domani, forse. Dopodomani? Sicuramente.