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Nasce la Terza Repubblica, fondata sulla forca e sul rancore

Il collante della nuova maggioranza Lega-Movimento 5 Stelle è da ricercare unicamente nell'astio nei confronti di un generico "vecchio", pur senza indicare la direzione del presunto "nuovo". Si tratta di improvvisazione ideologica pura, pericolosa perché slegata da qualsivoglia valore costituzionale. Ma soprattutto pericolosa perché priva di avversari validi in grado di arginarla.

Indirizzare la politica del Paese - e prima ancora lo stato d'animo dei cittadini - verso assetti autoritari per mezzo dello sgomento suscitato da eclatanti atti terroristici. Questo era il piano della destra eversiva della "Strategia della tensione", piano infrantosi nella risposta dura e senza indugi dello Stato negli anni difficili della Prima Repubblica.
Oggi, all'alba della Terza, a differenza di allora non ci sono morti e nessuno pare abbia intenzioni di conquista del potere manu militari, non esiste un vero e proprio terrorismo interno e nonostante gli allarmi non c'è all'orizzonte il rischio di alcun regime.

Eppure è innegabile che la genesi del governo LegaStellato abbia trovato terreno fertile in una strategia della tensione all'acqua di rose, una diffusa rabbia del popolo che si è tradotta in una maggioranza assoluta dei seggi conquistati dai cosiddetti partiti o movimenti populisti. Il martellamento mediatico di questi anni ha plasmato i problemi della microcriminalità e del malcostume, trasformandoli da fenomeni complessi da capire e da risolvere con strategia a elementi sui quali sfogare rabbia e frustrazione, facilmente eliminabili a colpi di forca e al quale attribuire i mali di un intero Paese.

Il microcrimine è diventato un costume incollato a tutti gli immigrati, il malaffare la spina dorsale di tutta la vecchia politica. Un calderone pericoloso che nel tempo ha convinto molti cittadini che le garanzie democratiche fossero un intralcio alla giustizia piuttosto che un vero e proprio strumento al servizio dell'uguaglianza di fronte alla legge, un'emergenza creata ad hoc che ha spinto a pensare che i fondamenti costituzionali possano essere momentaneamente messi da parte per ristabilire ordine che lo storytelling populista racconta non esserci più in Italia. Sembra Weimar ma è il 2018.

Non fa paura il contratto di governo in sé, non fanno paura gli slogan, non bisogna temere il plebiscito d'assenso al nuovo asse giallo-verde. Non bisogna temere nemmeno i protagonisti, tantomeno il loro passato o i loro curriculum. Quello che bisogna temere più di ogni altra cosa è il torrido clima politico in cui viviamo: siamo una nazione rancorosa, fatta di cittadini reciprocamente ostili gli uni con gli altri, divisi visceralmente e in nessun modo comunicanti. Pronti anche a cambiare le regole del gioco pur di vedere il nemico sconfitto e umiliato.

Deve forse farci almeno la stessa paura l'assenza pressoché totale di opposizione. Non basta votare con una mano contro la fiducia al nuovo esecutivo se con l'altra si tiene la stessa forca che a cui si dovrebbe rinunciare. La sinistra italiana in questi anni si è persa a rincorrere affannosamente il bersaglio debole, quello da schernire dall'alto di una sedicente superiorità intellettuale. Con atteggiamento snob ha favorito la divisione, ha rinunciato al confronto per affermare con vigore il proprio presunto essere migliori, si è allontanata da chi avrebbe dovuto riconquistare arroccandosi sulle stesse barricate che avrebbe dovuto superare. Il 4 marzo è stata la netta e inequivocabile sconfitta di una classe dirigente arrogante e lontana dalla realtà che credeva di aver capito il mondo, che credeva di poter imporre la propria visione alla massa umiliandola e che oggi aggredisce e schernisce gli avversari, indirettamente dando degli idioti ai loro elettori. Dirigendosi, ahimè, con testardaggine verso l'estinzione.

Stiamo forse andando nella direzione della post-democrazia e, consci o inconsci, stiamo remando inesorabilmente tutti dalla stessa parte. Brutti tempi questi per la nostra Costituzione.