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La politica non pensa ai giovani ma i giovani pensano alla politica?

Senza ombra di dubbio il libro che mi ha cambiato più di tutti l’esistenza è Ci chiamavano banditi, la storia vera di Guido Petter, professore universitario con un passato da combattente durante gli anni difficili della Liberazione. Petter sin dal primo capitolo racconta come un giorno del 1943 prese in mano una pistola e camminando sui monti della Valdossola incontrò una brigata partigiana, alla quale si unì per combattere. Quando decise di rischiare la propria vita per un ideale era solo un ragazzino, aveva 17 anni.
I diciassettenni della mia generazione invece hanno probabilmente buone possibilità di trascorrerne altri diciassette in casa con mamma e papà, protetti e nutriti come dei cuccioli indifesi, totalmente deresponsabilizzati e ingenui. Cresciuti a pane e “ce la farai” ritardano sempre di più il momento in cui prendere il volo, aspettano passivamente che ci siano condizioni di comfort e sicurezza. Quando non le trovano sbattono i piedi lagnandosi, a volte si disperano perché la politica non pensa a loro.

Non parlo di tutti e non pretendo che gli adolescenti imbraccino i fucili per combattere il nazifascismo, i tempi cambiano e con loro le esigenze. Eppure avanza una retorica ridondante che sta diventando sempre di più tanto stagnante quanto patetica: “7 giovani su 10 il 4 marzo potrebbero non votare. La politica non parla dei loro problemi”.

E no. Si può accettare l’assunto che gli attuali politici non parlino dei giovani, affermazione comunque di dubbia consistenza (basterebbe leggere i programmi con un po’ di onestà intellettuale, a volte) ma nessuno con un po’ di sale in zucca può affermare che la politica sia distante dalle nuove generazioni. Semplicemente perché le nuove generazioni sono la politica, volenti o nolenti. Sembrerà un gioco di parole circolare ma la differenza è abissale: la politica non è una divinità astratta e lontana dalla quale aspettarsi benevolenza e doni in cambio di un voto, la politica è composta da tutti i cittadini e i giovani, è doveroso constatarlo, rientrano a pieno titolo in questa categoria. Non ci sono scuse di sorta su questo passaggio.

“La politica non ci ascolta”, “Mi sento lontana dalla politica”, “Nessuno mi rappresenta”. Tanto bravi ad individuare le responsabilità altrui, i giovani, pare abbiano dimenticato di assumersi le proprie. Cresciuti senza grandi difficoltà e convinti dai loro genitori di essere “persone straordinarie” le nuove generazioni sembrerebbero non essere in alcun modo capaci di cambiare lo status quo, tantomeno di pensare ad un’alternativa. In quanto esseri speciali passano la loro giovinezza (e ben oltre) ad inseguire il loro sogno senza essere in grado di fare autocritica, senza voler ammettere che a volte non si è i più bravi, che a volte il mondo può sbatterci la porta in faccia. Ma, pervasi da un ego smisurato, molti dei giovani non possono far altro che dare la colpa agli altri. Non sbagliano mai, sbaglia sempre il prossimo. Questo è un processo che riguarda diversi aspetti della società contemporanea e la politica rientra fra questi.
Nessuno ti rappresenta? Sii tu rappresentante di un’istanza. Nessuno parla dei giovani? Parlino loro. Non fanno nulla per i giovani? Mamma e papà non ci saranno per sempre, alzino il culo e facciano qualcosa loro. Il mondo è sbagliato perché i giovani sono il mondo: rendiamoli adulti e spingiamo affinché sì facciano carico delle loro stesse responsabilità.

I padri costituenti, esponenti che hanno disegnato il nostro futuro sul sacrificio di tanti compagni di Guido Petter, nell’articolo 49 della carta fondamentale sono stati estremamente espliciti: “Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non esiste alcun impedimento ai giovani per far parte del processo politico. Se veramente sono preoccupati del loro domani gli strumenti ci sono. Li devono solo usare.

Ciò che più mi ha colpito del libro Ci chiamavano banditi è la morte di Topolino, un ragazzo caduto in una delle ultime battaglie contro i fascisti. Un proiettile lo colpì in pieno volto spezzando la sua breve vita troppo presto. Aveva 14 anni, la metà dei miei. Ci ho pensato spesso a Topolino, spesso mi sono vergognato. A 14 anni ci sentiamo adulti se ci viene permesso di andare da soli al centro commerciale la domenica pomeriggio, a 20 ci basta vivere fuori sede mantenuti dai nostri genitori e a 30 a riuscire a pagare un affitto. La crisi, la politica, il mercato del lavoro. Non facciamo che trovare scuse e distrazioni per ritardare il momento in cui davanti ad uno specchio dovremmo ammettere che forse anche noi, nonostante mamma ci abbia detto che siamo speciali e onnipotenti, in realtà siamo imperfetti. E che se il mondo fa schifo è anche per colpa nostra.