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Tutta colpa del Partito Democratico? Troppo facile

Il Pd ha perso, su quasi tutti i fronti. Ma nonostante una classe dirigente arrogante, statica e impotente non ci si può limitare a colpevolizzarla senza assumersi delle responsabilità tutti. Questa è una crisi di sistema, non solo una sconfitta elettorale

Non basta dare la colpa al Pd. Sarebbe facile, soprattutto per chi come me non si ritiene un fidato elettore. Eppure con un minimo di onestà intellettuale si deve ammettere che questa a cui stiamo assistendo non è la crisi della sinistra (o della destra moderata), è una profonda rivoluzione politica e culturale.

Questioni orizzontali e questioni verticali - Semplificando brutalmente possiamo immaginare la politica tradizionale come una competizione orizzontale: la complessità della società permetteva alle ideologie, o quantomeno ai partiti, di offrire un'idea della società riconoscendo che sullo stesso piano potessero esistere visioni diverse, anche in seno di una stessa comunità. Su questo terreno, al netto delle declinazioni particolari, destra e sinistra avevano assunto un ruolo necessario per poter orientare l'elettore ad aderire ad un modello, ovvero davano la possibilità di partecipare alla presa di una direzione.
Oggi, al contrario, assistiamo ad un ribaltamento: molti, fomentati dai movimenti populisti, si sentono identificati in maniera conforme con l'essere popolo, lo fanno in maniera verticale.

Il popolo al centro. Chiunque stia sopra agli italiani-popolo (élite, banche, poteri forti ecc...) o al di sotto (immigrati, rom, mendicanti) è un nemico naturale del popolo stesso, non si può che chiedere una sua eliminazione, odiarlo, non si può trattare con lui.
Questa visione vittimistico-aggressiva, accompagnata spesso da teorie del complotto, semplicemente domina in gran parte il pensiero dell'Occidente contemporaneo e lo fa dal giorno della sua pima affermazione: la vittoria dei leave al referendum per la Brexit. Al netto degli errori del Partito Democratico e della situazione italiana c'è un mondo dominato dal rancore che politicizza la paura. Succede ovunque, con buona pace di chi in queste ore ha puntato il dito.

Quanto succede in Italia succede in tutto il mondo. La visione verticale è di facile ed immediata interpretazione: buoni da una parte, cattivi dall'altra: tertium non datur.
La semplicità richiede per sua natura immediatezza, polso, carisma. Ed è per questo che in uno scenario verticale non può esserci spazio alcuno per una delle fondamentali componenti di una democrazia liberale, la noiosa e lentissima mediazione.
Da qui la necessità di avere un leader forte, di non dover passare per il dialogo, di negare qualsiasi compromesso. La visione verticale pone al centro l'esaltazione sacra del popolo (da qui populismo), chi se ne sta fuori o non condivide è un pericolo ambulante e un alleato dei vecchi schemi di potere. Il crollo del Pd alle ultime elezioni non è altro che un effetto della sua passività, la punta dell'iceberg di un Occidente moderato in difficoltà sotto gli attacchi di un nuovo modello che avanza. Ci sono certamente delle responsabilità di una dirigenza spesso incapace ed arrogante ma gli agenti che hanno portato al tracollo evidentemente devono essere ricercati altrove, sempre che si voglia uscirne.

Serve autocritica sì, ma non solo nel Partito Democratico. Serve autocritica ovunque si creda in un modello democratico e liberale della società, nella destra moderata tanto quanto nella sinistra radicale. Serve autocritica a tutti livelli: serve autocritica nel campo dell'educazione, nel campo della comunicazione, serve autocritica nell'economia e nell'idea di sviluppo che vogliamo dare al mondo. La stagnazione dei modelli ha creato frustrazione, scontento e rabbia fra molti nostri stessi concittadini. Persone con cui si deve tornare a parlare quanto prima.

Riaffacciarsi sulla realtà è innanzitutto smarcarsi dalle logiche di colpevolizzazione, smorzare le faide, farla finita con la caccia alle streghe. La soluzione della crisi della politica non può ripartire se non ricostruendo i ponti con tutti coloro che ben presto si accorgeranno dei pericoli e degli effetti del populismo. Non bisognerebbe cadere nelle divisioni, bisognerebbe piuttosto superare la fase snob e tornare a provare simpatia per il nostro vicino di casa bifolco e leghista, fargli sapere che esiste un alternativa alla paura. Bisogna essere in grado di interpretare il mondo, porre di fronte agli elettori un modello e un'alternativa.

Bisogna tonare ad essere un riferimento culturale, prima che politico. Perché su quel piano, questo è certo, stiamo assistendo ad una desertificazione su scala mondiale. Bisogna fermarlo prima che la non cultura del populismo diventi egemonia.