Cannabis: l'ipocrisia nell'evocare "altre priorità"

"Legalizzare l’uso della cannabis": la proposta di +Europa di Emma Bonino non sorprende, la leader dei Radicali Italiani è da oltre quarant'anni in prima linea per la regolamentazione della pianta contenente tetraidrocannabinolo, ad oggi vietata nel nostro Paese.

In questo articolo non mi dilungherò sui dettagli scientifici del Thc, non ne ho le competenze né lo spazio necessario. Ciò che non mi ha sorpreso, di pari passo alle dichiarazioni della Bonino, è il coro contrario alla proposta di +Europa: "L'Italia ha altre priorità".

Non so quali siano le priorità di cui questi signori parlino. Non saranno certamente quelle del mondo del lavoro, perché la regolamentazione della cannabis determinerebbe l'apertura di nuovi mercati e di nuove figure professionali. Non saranno quelle relative alla sicurezza, perché alleggeriremmo le questure dall'impegno di migliaia di uomini e i tribunali da pratiche che intasano la macchina della giustizia. Non saranno quelle del diritto alla salute, date le evidenze scientifiche accettate anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Non si sa quali siano queste priorità, si sa solo che vengono prima. Mi ha sorpreso sin da subito questa tipologia di risposta. È come se la gestione di uno Stato possa esser limitata ad un'agenda lineare, in un programma d'azione da ciò che più è importante a ciò che lo è di meno.

Il nodo centrale non sta tanto nella regolamentazione delle droghe leggere in sé, su cui si può prender legittima posizione, quanto sulla preoccupante semplificazione in cui qualsiasi idea venga recepita o proposta. Pensare che esistano priorità semplici ad un meccanismo complesso quale quello dello Stato è semplicemente da idioti, proporne in campagna elettorale è diventata purtroppo consuetudine.

La realtà è che non esistono priorità a cui si può rispondere in modo semplice seppure questa corsa al voto sia stata da molti impostata proponendo questo modus operandi.

Un ragionamento lento e complesso sembrerebbe dunque non prestarsi alla campagna elettorale, inscriverlo in uno slogan è difficoltoso e probabilmente poco immediato. E soprattutto non farebbe gola a chi crede di avere di fronte a sé un elettorato di idioti.