Olimpiadi: Virginia Raggi ha fatto bene a non ospitarle

È recente notizia il rifiuto di Virginia Raggi alle Olimpiadi di Roma 2024, tema che in queste ore sta scatenando la stampa di tutto il Paese in un attacco mediatico massiccio nei confronti del primo cittadino capitolino. Attacco che, paradossalmente, sta ottenendo risultati opposti a quelli sperati: lo zoccolo duro pentastellato regge e si compatta intorno alla Raggi mentre il calo nei sondaggi è da prefisso telefonico. (dati)

La domanda che dovremmo porci, superando l’odio/amore per il 5 stelle, è: ha fatto bene la Raggi a rifiutare l’ospitalità a Roma 2024?

Considerazioni di ordine politico Le Olimpiadi di Roma 2024 sono state calate dall’alto, il 15 dicembre 2014 da Matteo Renzi, in aperta controtendenza con le austere politiche economiche di Mario Monti che poco meno di un anno prima aveva respinto la candidatura della Capitale per l’edizione 2020.
Virginia Raggi è stata eletta il 19 giugno 2016 con il 67,15% dei voti dei romani. Già in campagna elettorale il Movimento 5 Stelle romano si era detto fortemente contrario ad uno scenario olimpico nella città: senza troppe considerazioni Virginia Raggi avrebbe dovuto, per rispetto degli elettori, tener fede a questa sua promessa. Accogliere la richiesta di Renzi e del Coni avrebbe esposto il Sindaco a critiche di stampo inverso, di incoerenza politica e di mancato mantenimento delle promesse fatte in campagna elettorale: una vera e propria arma a doppio taglio in cui la Raggi ha scelto di schierarsi contro la stampa piuttosto che collezionare antipatie fra i romani.

Il mito delle Olimpiadi Sfatiamo un mito, quello delle Olimpiadi come beneficio economico per chi le ospita. Lo studio dell’istituto Bruno Leoni “perché rinunciare a Roma 2024” sottolinea che la letteratura economica è unanime nel respingere la tesi per cui eventi olimpici possano dare benefici positivi alle casse di chi le organizza.
Lo studio prende ad esempio, fra altri, Londra 2012: le spese preventivate di 2,4 miliardi furono aggiustate a 6 nel 2007, a candidatura ottenuta, salvo poi arrivare ad 8,9 miliardi di spesa effettiva a cui si aggiunsero le spese per le misure antiterrorismo, per l’adeguamento del trasporto pubblico e del servizio d’ordine: per una spesa che si aggirò intorno ai 24 miliardi di euro. Indubbi furono i benefici per l’indotto temporaneo ma un Paese non può basare l’economia nazionale sugli albergatori, sui ristoranti e sui bagarini della sola città di Roma andando a gravare sulle già precarie condizioni delle casse italiane.
Gli esempi simili a Roma si sprecano: il buco generato da Montreal 1976 è stato saldato nel 2006, trent’anni dopo. Esemplare è stato il caso di Grecia 2004, i cui danni hanno provocato, secondo gli esperti, terreno fertile per il default economico. In Spagna, a Barcellona, la perdita è stata stimata in 6 miliardi di dollari nel 1988. Anche Rio 2016 non è stata da meno, anche se mancano ancora dati ufficiali.
Questi gli anni più eclatanti ma esistono numerosi casi, escludendo le edizioni ospitate da paesi che non brillano di trasparenza democratica, in cui i benefici non sono arrivati: persino le Olimpiadi di Los Angeles 1984, spesso citata dai sostenitori delle Olimpiadi per il successo economico ottenuto, sono finite sotto la lente d’ingrandimento degli studiosi che nel 2002 sancirono che “benefici sul medio e lungo periodo non ne sarebbero stati dati, gli stessi risultati sarebbero stati raggiunti in grandi cicli macroeconomici anche senza Olimpiadi”.

Pasta, pizza e mandolino Non mancano casi in salsa mediterranea a condire questa vicenda: Torino 2006 ci costò 3,5 miliardi di euro. Expo Milano 2,2 ed è stato calcolato che per andare in pareggio i biglietti sarebbero dovuti costare 100€ l’uno . Italia ’90 costò 4 miliardi dell’epoca, (corrispettivi a 7 miliardi di oggi).
Di tutte queste manifestazioni sono rimaste inoltre vere e proprie cattedrali nel deserto: stadi, piste da sci e padiglioni in stato di abbandono e con costi di manutenzione che superano il miliardo di euro l’anno, spese a carico dei cittadini.

Limiti a Roma La previsione per Roma 2024 supererebbe di poco i 2 miliardi di euro solo per gli impianti sportivi, esclusi i costi di adeguamento urbano, cui si fa carico il Sindaco e quelli di sicurezza in mano a due Ministeri. Secondo Luca Cordero di Montezemolo, Presidente del Comitato Olimpico Roma 2024, le strutture sarebbero state per il 70% già disponibili, motivo per cui l’Italia avrebbe potuto permettersi Roma con un “budget modesto”. Il “budget modesto” stimato in 5,3 miliardi dal Presidente del Coni Malagò, avrebbe potuto coprire i costi di organizzazione degli eventi e quelli per la costruzione di un villaggio olimpico a Tor Vergata riqualificando le Vele di Calatrava, struttura in disuso costata 200 milioni di euro e preziosa eredità dei Mondiali di Nuoto organizzati dallo stesso Malagò. “Noi ci dobbiamo occupare di organizzare la manifestazione. Questi sono i nostri compiti, queste le nostre deleghe, i nostri incarichi”. Queste le parole del Presidente del Coni alla vigilia dei Mondiali di Nuoto del 2009, lo stesso Malagò che tuona oggi contro la Raggi per l’occasione perduta. In quell’occasione il buco fu di 9 milioni di euro e si collezionò un’inchiesta giudiziaria e un lungo elenco di sprechi all’italiana come il Valco San Paolo (17 milioni) e le Vele di Calatrava (200 milioni), opere che Malagò avrebbe voluto riqualificare con Roma 2024.

È evidente che l’ideologia dell’Olimpiade è ancora radicata nelle convinzioni di molte persone. Non si tratta di individui direttamente coinvolti negli interessi economici che stanno dietro all’organizzazione di questi eventi, si tratta per di più dei figli di una cultura del progresso senza razionalità, dello show generalizzato ed esteso con l’unico scopo di attrarre, apparire, consumare. L’abbaglio che i grandi eventi generano in queste persone le rende poco critiche, poco pronte a rimettersi in discussione. L’ideologia dell’Olimpiade è fra noi, è un dogma pericoloso sul quale affaristi e politici poco limpidi fanno spesso leva, alle spese di tutti.
Il progresso di una nazione non deve passare a tutti i costi dai palcoscenici internazionali e dal presunto prestigio che questi portano.
Perché va bene tutto, ma il prestigio non si calcola direttamente nel Pil. I costi per ottenerlo però sì.

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