La verità? Non ci sarà nessun vincitore al Referendum

Da qualche settimana la cronaca politica nazionale è prevalentemente concentrata sull’appuntamento referendario, una data che secondo gli analisti determinerà le sorti del governo Renzi e dal quale tutto, dall’economia ai rapporti internazionali, potrebbe essere trasformato profondamente.

Il 4 dicembre sapremo finalmente chi potrà cantar vittoria e chi invece dovrà ammettere la dura sconfitta. Nella narrazione mainstream questo è l’unico risultato ammissibile: come nei libri scolastici vincitori e vinti saranno divisi da una netta linea di separazione, i primi scriveranno la storia, i secondi potranno solo leggerla.

Pochi apporranno la propria croce con la piena e lucida consapevolezza e responsabilità che dovrebbe caratterizzare chi si esprime per cambiare le regole del gioco.
Comitati del Sì e No si affrontano in una accanita guerra fratricida con chiari intenti politici: i favorevoli hanno una ben definita appartenenza politica o un chiaro interesse elettorale nella riforma, caratteristica che da fuori li rende poco più raffinati di un gregge di pecore, i secondi sono spinti dallo spirito tipicamente non collaborativo delle opposizioni italiane, capaci di remare contro le loro stesse idee pur di opporsi a Renzi e tentare la spallata finale al governo.

La Costituzione del 1947 fu votata da 556  padri della carta, che con 458 voti a favore, la grande maggioranza, approvarono il testo. Ci vollero sei mesi di lavori, confronti, scontri e dialoghi. Alcide De Gasperi, ai tempi Presidente del Consiglio, si astenne dal voto e dalle discussioni perché, a detta sua, la Costituzione non dovrebbe essere affare di governo.

Le modifiche che verranno votate il 4 dicembre sono state fatte da un partito, quello di governo, senza nessun aiuto e collaborazione da parte delle opposizioni. Matteo Renzi non solo ha partecipato alla stesura del testo ma ha fortemente personalizzato il voto, trasformandolo in un plebiscito mal mascherato sul suo operato. Palla presa al balzo dai suoi oppositori che piuttosto di criticare una riforma che, seppur con molti limiti, ha del salvabile e può offrire spunti di riflessione, ha tradotto il voto referendario come un messaggio di benservito a Renzi, facendo leva sulla pancia delle masse e sulle antipatie che provano nei confronti del premier, con il pietoso risultato di aver speso le ultime settimane parlando di tutto fuorché che delle proposte di modifica.

Oppositori e sostenitori della Renzi-Boschi hanno fatto del referendum del 4 dicembre una partita di calcio, dividendo il popolo in due curve da stadio, incomunicanti e caratterizzate dall’odio reciproco gli uni per gli altri.

Andrebbe sottolineato che il clima politico non permetterebbe una manovra di simile portata, il 2016 non è il 1947, anche se, come ricorda Don Milani, è inutile avere le mani pulite perché le si è tenute in tasca e il tentativo ha i suoi aspetti interessanti, seppur portati a termine con delle goffissime modalità, probabilmente perdenti.

Il 5 dicembre ci sveglieremo con metà Paese che si riconosce nella sua Costituzione, l’altra metà che la ripudia con rancore. Un clima accettabile in altri contesti come per temi quali l’aborto, il divorzio o la finanziaria annuale ma certamente non per la stesura delle nuove regole del gioco, le regole nelle quali dovremmo riconoscerci tutti per esercitare una democrazia degna di quel nome.

Il consiglio che posso darvi è che comunque vada, nel bene o nel male, starei molto attento a cantar vittoria. Da questo referendum ne usciremo tutti doloranti, stanchi e spossati, ma soprattutto perdenti.

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