Sui profughi Virginia Raggi ha ragione?

Stop a nuovi richiedenti asilo nella capitale. La sindaca Virginia Raggi, considerata la «forte presenza migratoria e il continuo flusso di cittadini stranieri», ha chiesto un canale di comunicazione con il Viminale e una «moratoria sull'accoglienza».

La risposta del Viminale è arrivata in pochissimo tempo: «Stando alle quote concordate con l’Anci, la capitale con la sua provincia potrebbe ancora accogliere 2mila rifugiati».

Chi ha ragione? In termini prettamente istituzionali il Viminale: Roma ottiene attraverso la Regione sovvenzioni per l'accoglienza dal Fondo nazionale per le politiche sociali e le scelte logistiche, nonostante passino da un tavolo di confronto, ad oggi spettano principalmente alla Prefettura. La Raggi può esprimere pareri sulle condizioni dei richiedenti asilo già accolti in città e stilare relazioni su sicurezza ed integrazione, la valutazione sui tetti massimi di accoglienza non spetta sicuramente al primo cittadino.

Alcune considerazioni in merito però andrebbero fatte: il tetto massimo sopracitato ad oggi ha superato ogni record del passato. A giugno sono sbarcati più di 60mila richiedenti asilo nel nostro Paese, segnando un +18% rispetto alle registrazioni dell'anno precedente.

Italia in prima linea. Nel 2016 secondo Frontex, l'agenzia di frontiera europea, a seguito della chiusura di canali importanti nei Balcani i flussi migratori della via centro Mediterranea registrati sono aumentati più del doppio, con una percentuale che di poco supera il 70% degli ingressi. La via centro Mediterranea è quella che dalla Libia e dall'Egitto principalmente collega le coste del nostro Paese, dalla Sicilia ad alcuni lidi in Calabria.

Tutti da noi? Falso. Se da una parte ci sono paesi come Polonia, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca che le frontiere le chiudono e per cui si è aperta una procedura di infrazione europea, ci sono Paesi quali Germania e Svezia dove d'altro lato l'accoglienza è ampia ed organizzata. Vero è anche che al nostro Paese spetta la gestione dell'emergenza primaria che, aldilà delle considerazioni economiche sui fondi comunitari, ha un grave ed evidentissimo peso sociale.

Profugopoli alimenta frustrazioni e xenofobia, ossigeno per le nuove destre di ispirazione populista. La chiusura ermetica di tutte le frontiere è utopica, rifiutare ad un essere umano il soccorso in mare è altresì mostruoso. Eppure una soluzione deve essere trovata per ragioni politiche e sociali, secondariamente a quelle umanitarie. Alle parole della sindaca non si può limitarsi ad applaudire o a polemizzare. Serve una riflessione ampia e quanto meno ideologizzata.

Lo sfogo goffo di Virginia Raggi è solo l'ultimo di una serie di proteste messe in scena dai sindaci di tutta Italia e di tutti i partiti, Pd compreso, che vedono nell'accoglienza un disgregatore sociale pericoloso per il benessere e gli equilibri delle comunità cittadine: posizioni istituzionalmente scorrette, spesso infondate e non giustificabili. Ma certamente comprensibili.

Il problema di Virginia Raggi è essere Virginia Raggi. Governare la capitale con il simbolo di un partito sotto tutti i riflettori non è facile, specialmente se quel partito è il Movimento 5 Stelle. Si potrebbe quasi pensare che tutto questo sia un attacco mediatico destinato a sgonfiarsi in pochi giorni, che le uscite della sindaca romana siano limitate alla sola questione migranti e per questo motivo di più leggera lettura.

Eppure lo scambio di battute con il Viminale è stato accompagnato dalle dichiarazioni sfumatamente belliche di Grillo su campi rom e sul rifiuto all'appoggio per una legge sullo ius soli, legge sulla cittadinanza ai figli di immigrati nati e cresciuti su territorio nazionale. Dichiarazioni che lasciano un segno evidente della svolta xenofoba dei pentastellati, svolta probabilmente susseguita alla flessione di consensi nelle amministrative di domenica 11 giugno oltre che mal mascherato tentativo di costruzione di facile e veloce consenso a destra.

Nel Paese terra di emigranti e contenitore di numerosissime diversità etniche e tradizioni di fronte all'immigrazione di massa dal Sud del mondo e alle emergenze contingenti la sinistra prende spunto dalla destra, la destra si sposta più di destra e chi si candida al superamento di sinistra e destra è riuscito a costruire un complesso mosaico che pare prendere proprio il peggio del peggio da entrambe.

Ci manca, forse, una visione d'insieme e sul lungo periodo dei fenomeni sociali e politici. Con l'abbandono dell'ideologia abbiamo pensato di guadagnarci in flessibilità e realismo ma ci siamo trovati una società estremamente rigida e gravemente miope, terreno fertile per forme politiche non tanto diverse dal Novecento che ci eravamo lasciati alle spalle.

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