Lo stupro di Firenze e la vergognosa reazione dell'informazione italiana

Firenze non è una città da sballo (Dario Nardella, sindaco di Firenze)

Le notti alcoliche fiorentine. Così l'armata dei ventenni cerca sesso, sballo e guai (inchiesta de Il Giornale)

Vicenda molto strana, dubito che si sia trattato di stupro (Matteo Salvini)

Ci sono delle occasioni in cui il messaggio è volutamente sottovoce. Delle volte in cui si cerca di veicolarlo senza essere scoperti. Ci sono delle volte in cui si prova ad essere quanto più subliminali possibile, per convincere senza spingere. Esistono tuttavia delle occasioni in cui un concetto malizioso, per quanto espresso sotto tono, finisce per diventare un inquietante e vergognoso atto di accusa, silenziosamente rumoroso ed infamante.

Il presunto stupro delle giovani studentesse americane per cui sono indagati due carabinieri, al di là dell’atto in sé, è l’evidenza lampante del pregiudizio dal quale è afflitta l’informazione italiana. Pregiudizio che spesso diventa una vera e propria sentenza mediatica, ben più efficace di quella giudiziaria, tradizionalmente più lenta e meno spettacolare.

Scosso dallo stupro di Rimini, per cui la stampa ha abbondantemente usato termini quali “mostri”, “bestie” e “animali”, il nostro paese ha dovuto fare i conti pochi giorni dopo con un’altra presunta violenza, tuttavia molto diversa e in un certo senso, mi sia permesso di dirlo, inaspettata. Parliamo di presunti stupri perché il nostro ordinamento, studiato per essere giusto e non per fare share, prevede tre gradi di giudizio sia che gli imputati siano dei “negri” sia che siano dei “bravi ragazzi che servono lo Stato”, non cambia. Esistono atti, indagini, tribunali ai quali bisogna sottostare prima di una sentenza. Non è eccitante come guardare un film ma è una garanzia democratica di cui un giorno tutti ne potremmo usufruire, non dimentichiamolo.

Eppure la narrazione mediatica di questi giorni non fa che sottolineare alcuni aspetti della vicenda, come a volerla in qualche modo alleggerire, rendere più accettabile, relativa. A commetterla, pare, due carabinieri, due fedeli servitori dello Stato. Questo è il primo nodo: come possono due ragazzi che dedicano la vita alla difesa dei più deboli arrivare a commettere uno dei reati più infamanti? Gli stupri sono tutti uguali, è vero, ma è anche vero che possono suscitare più sgomento se i colpevoli indossano una divisa. Ed è questo che complica la questione: nel paese degli Ultras ideologici è inaccettabile l’esistenza delle mele marce nelle forze dell’ordine. Avranno commesso l’errore di accettare un rapporto sessuale, può capitare. Lo stupro no, è inconcepibile quindi inevitabilmente menzogna.

Questo punto di partenza concede a certi organi di informazione di far leva su un secondo elemento: lo stato di ebbrezza delle due giovani. Le conferme trapelate dalle indagini hanno messo in moto immediatamente la macchina del fango: se le ragazze avevano bevuto e fumato uno spinello probabilmente se la sono cercata, o comunque non sono credibili. Poco importa se quei carabinieri, nel ruolo ricoperto quella sera, erano proprio le persone che avrebbero dovuto vigilare che le due giovani, in evidente stato di debolezza e fragilità, non subissero violenze o soprusi da parte di qualche approfittatore.

Terzo nodo su cui certa stampa ha silenziosamente marciato è l’assicurazione delle due studentesse contro gli stupri. La logica è di una banalità disarmante: se hai un’assicurazione e ti succede qualcosa per cui meriteresti un risarcimento allora bisogna sospettare che tu l’abbia subita volontariamente, per incassare il premio. La malizia diventa così di una gravità inaudita: non ho elementi per sospettare delle due donne ma nel dubbio accenno all’eventualità di un loro comportamento di rilevanza penale. Poche ore dopo la fuga di notizie circa l’assicurazione è arrivata la precisazione del legale di una delle due ragazze: “Le studentesse non hanno nessuna assicurazione antistupro, ma soltanto una generica assicurazione che di prassi le università americane stipulano per i loro studenti che di recano all'estero -ha spiegato il legale-. E' una polizza che riguarda il furto e le rapine e altri tipi di danni, ma loro neppure erano a conoscenza di questa cosa. Non lo sapevano proprio”.

Il gioco è semplice: non dico nulla, insinuo. Ed è proprio nell’insinuazione che l’informazione smette di informare per diventare voce rassicurante. Chi relativizza un crimine efferato quale lo stupro lo fa perché mosso da pregiudizio ideologico. La comodità del pregiudizio sta proprio nella semplificazione della realtà e nella rinuncia allo sforzo di costante interpretazione che il mondo ci permette di fare. Rassicurare il pubblico rincorrendo un pregiudizio per un giornalista non solo è professionalmente discutibile e deontologicamente scorretto ma, in questo caso, vergognoso.
Vergognoso perché subdolo, vigliacco. Vergognoso perché fatto sulla pelle di due presunte vittime di violenza sessuale. Vergognoso perché moralmente corporativo. E vergognoso perché esempio lampante di rinuncia ad informare per dare rinforzo alle credenze popolari, per non generare in loro sgomento, per convincerli ancora una volta di vivere in un semplicissimo mondo in cui il bene (i carabinieri) e il male (i negri stupratori) si possono riconoscere a vista, senza troppi sforzi.

Ci sono persone che forse, con un po’ di onestà intellettuale, dovrebbero fondare una religione e non un giornale.

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