Siamo un popolo di Ventura

L'ho sempre sostenuto per provocazione: gli italiani dovrebbero avere il diritto di eleggere il Ct della Nazionale prima dei propri rappresentanti.

Eh sì, perché se delle questioni politiche siamo poco informati e ci esprimiamo in modo grossolano, quando si tratta del pallone diventiamo un popolo estremamente preparato e puritano.
All'allenatore degli azzurri Gian Piero Ventura in questi giorni è stato chiesto a gran voce di farsi da parte, di dare spazio ai giovani e di ammettere il fallimento a scapito di un beneficio economico personale derivante dal ricco contratto firmato con la Figc. Gli è stato chiesto all'unanimità un passo indietro, un gesto dignitoso.

Tutto lecito e moralmente indiscutibile, sia chiaro, ma con il rischio di portare avanti della facile retorica affermo con un po' di polemica di avere visto in questi giorni milioni di Ventura accusare Ventura di essere Ventura.

La mia è infatti la generazione che, forse per la prima volta nella storia, si incammina verso un mondo in invecchiamento governato da dinosauri: prospettive non rosee se ci si prova coraggiosamente ad affacciarsi al futuro. Vedo poco spazio per i giovani, vedo la difficoltà dei miei genitori nell'ammettere il fallimento. Vedo la forbice dei benefici generazionali allargarsi e vedo pochissimi casi di sacrificio a discapito di un benessere economico personale. Vedo anche ipocrisia, vedo una certa sordità. Vedo dei dinosauri chiudersi a riccio per trattenere dei benefici. E li vedo puntare il dito contro Ventura.

La differenza fra i dinosauri e Ventura è però scoraggiante: quest'ultimo può essere esonerato, i primi da domani possono tornare tranquilli nei bar o nelle piazze a sentenziare sentendosi dei puri come sempre han fatto. E come sempre faranno.

Puntare il dito accusando l'allenatore o il politico, il dirigente o il benestante: questo il vero sport nazionale. Ci indigniamo, ci lamentiamo, costruiamo semplici morali dall'integerrimo rigore. Lo facciamo in continuazione e lo facciamo sempre, è parte integrante della nostra dialettica. Lo facciamo, tuttavia, senza renderci conto di essere solo gli attori di un patetico spettacolo in cui i protagonisti tendono con decisione l'indice della mano in avanti, lo tendono con rabbia. Un indice puntato al nemico, all'impuro, all'ingiusto. Un indice puntato, inconsapevolmente, ad un impietoso specchio colpevole solo di riflettere la nostra natura.

Sarebbe una tragicommedia piacevole, se non fosse che ne siamo immersi e senza alcun epilogo nel copione.

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