Referendum: perché ha vinto Matteo Renzi

La matita cancellabile di Piero Pelù è stato l’esempio più emblematico di questi sei mesi di agghiacciante campagna referendaria: demagogia, bufale e populismo hanno intasato i classici canali mediatici e le nuove piazze del web confezionando un palcoscenico caotico e a tratti letteralmente ridicolo.

Comitati del Sì e No si sono sfidati in una accanita battaglia unicamente mossi da intenti politici: i favorevoli hanno votato in maggioranza per una ben definita appartenenza partitica o un chiaro interesse elettorale nella riforma, caratteristica che da fuori li ha resi ai connazionali poco più raffinati di un gregge di pecore, i secondi sono stati spinti dallo spirito tipicamente non collaborativo delle opposizioni italiane, storicamente bastian contrario e poco analitico.
Nei giorni precedenti al 4 dicembre il dibattito ha raggiunto uno dei più bassi livelli di onestà intellettuale proprio quando sembrava che si fosse toccato il fondo, scavando là dove si pensava che non si potesse scendere: accuse reciproche, castelli in aria, denunce di brogli e scorrettezze hanno fatto da cornice al voto spostando l’interesse dalle modifiche costituzionali, evidentemente non così importanti, per dare spazio a risse verbali e sproloqui di poco valore politico.

Sei mesi di veleni che si son rivelati un fuoco di paglia, un caotico litigare per qualcosa a cui era stato dato un valore simbolico enorme, gonfiato a dismisura e inevitabilmente esploso il 4 dicembre da 19.419.507 di No.
A riprova di ciò il 5 dicembre, a risultati espressi, le borse non sono crollate come previsto dal fronte del Sì: il blocco della riforma non rallenterà l’Italia che da anni è diventata estremamente più governabile rispetto al passato grazie alle leggi elettorali, ai decreti, ai “canguri”, ai temutissimi colpi di fiducia e ad una indiscutibile semplificazione del panorama politico.

Ed è proprio dalla bruciante sconfitta di Matteo Renzi che è emerso un vincitore: Matteo Renzi.

Matteo Renzi ha fatto esattamente quello che pochi in politica sono in grado di fare, è stato in grado di perdere.
Ai rumorosi dibattiti,  alle disordinate e disomogenee esultanze e al dolore gridato dei suoi sostenitori il premier è stato in grado di mantenere compostezza, solidità e coerenza. Un presidente del consiglio ritenuto da molti peccatore per la superbia mostrata in questi mesi si è mostrato umile di fronte alla platea dei giornalisti, umano nella rassegnazione e onesto nell’ammettere le proprie colpe, rassegnando le proprie dimissioni.

La vittoria del No ha spaccato il fronte del No facendo tornare ognuno nel proprio ovile naturale, mostrando la fragilità della barricata e scoprendo un nervo estremamente sensibile: la sostanziale incapacità di governo di nessuno dei generali dell’opposizione.
La sconfitta del Sì potrebbe ricompattare il Pd che, come ogni nucleo privato del proprio capo famiglia e pervaso dal senso di smarrimento, potrebbe riconoscere nuovamente Matteo Renzi come unica figura in grado di ottenere consensi e di traghettare il partito alla guida del paese a discapito della deriva populista del tridente Grillo-Meloni-Salvini.

Ipotetici scenari sono difficili da scrivere oggi. A settembre 2017 il 60% dei deputati e senatori raggiungerà le contribuzioni necessarie ad ottenere il vitalizio, elemento che potrebbe tenere in piedi qualsiasi governo.
L’uscita del premier fiorentino impone sicuramente la necessità di un sostituto che durerebbe almeno fino a maggio 2017.
Nel frattempo il mito di Matteo Renzi ha tutto il tempo di ricostituirsi, di rinforzarsi, di far provare ai suoi sostenitori nostalgia di un passato tutto sommato stabile e caratterizzato da buone percentuali di consensi fra la popolazione.

Matteo Renzi ha subito in passato altre sonore sconfitte, la più eclatante contro Pierluigi Bersani alle primarie del 2012 (perdendo anche in quel caso 40% contro 60%). Nonostante ciò il “Rottamatore” ha ben dimostrato di poter risorgere in poco tempo dalle proprie ceneri riconquistando la base elettorale democratica senza particolare difficoltà, pur scontrandosi direttamente contro le storiche strutture del partito ma guadagnando nel contempo le simpatie dei moderati tradizionalmente non inscrivibili fra gli elettori di centro-sinistra.

Matteo Renzi il 5 dicembre è caduto a testa alta: perdere una battaglia con valore equivale spesso a guadagnar gloria e riverenza per quelle future. Renzi e i renziani lo sanno, il “giovane Matteo” ha ancora tanta strada davanti.

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