"Presidente non eletto". Un errore comprensibile?

Sia chiaro, conosciamo bene la Costituzione, non c’è bisogno di ribadirlo:* il Presidente del Consiglio NON si elegge con il voto dei cittadini. Il popolo infatti vota i rappresentanti del parlamento che, a loro volta, sostengono l’esecutivo forti della legittimazione elettorale: *tutto il resto è pura retorica. Tanto che in queste ore è diventato virale il messaggio di un docente di diritto che letteralmente ha consigliato agli studenti caduti nella ridondante cantilena populista da social network di cambiare facoltà per iscriversi alla fantomatica “scienze delle piadine al prosciutto”.

Inutile sottolineare che chi porta avanti la teoria dell’illegittimità del governo sia il più delle volte in malafede e che sia alla ricerca di qualsiasi mezzo pur di guadagnare consensi facili. Su questo non ci piove.

Andrebbe però spezzata una piccola lancia a favore di un’esigua e infinitamente piccola minoranza dello schieramento “non elettista” italiano. E per farlo ricorrerò alla forza delle immagini per poi ripercorrere le tappe che hanno portato questa bufala ad essere credibile. Guardate tutte le immagini attentamente.


 

Notate qualcosa? Questi sono solo alcuni simboli politici di liste presentate negli ultimi anni in Italia.

Come è ben leggibile emerge un carattere tipico della Seconda Repubblica del nostro paese: una marcata tendenza a far coincidere il voto ad un plebiscito verso il leader (spesso non eletto) del partito scelto. Sia chiaro, l’articolo 92 della Costituzione è rimasto negli anni invariato, l’Italia resta una repubblica parlamentare in cui la figura del presidente del consiglio non viene eletto dai cittadini, non ci stancheremo mai di ripeterlo e anche sulla nostra fan page Partito Oligarchico Italiano abbiamo ridicolizzato la massa numerosa di boccaloni.

Vero anche che la democrazia investe i cittadini di un dovere che spesso meriterebbe ore ed ore di studio giornaliero: il governo della cosa pubblica. Non potendo (o non avendone le capacità) molti si affidano a credenze, fede politica famigliare e a linguaggi semplici e diretti.
Errori di comunicazione volutamente portati avanti da tutti i partiti dell’arco costituzionale hanno fatto credere così per vent’anni che il voto coincidesse con la scelta del Presidente del Consiglio. Piaccia o no.

Come è successo? La politica dopo il crollo del partitismo in seguito all’inchiesta che ha scoperchiato Tangentopoli ha subito una drastica virata. Il parlamento, investito da un’ondata di sfiducia, si è trasformato così solo lo strumento del leader di turno trovando in Silvio Berlusconi l’apripista perfetto. Un capo forte, carismatico e con il potere ben accentrato intorno al proprio volere. Il fenomeno, definito dal politologo Mauro Calise “la democrazia del leader” ha portato così ad una forte personalizzazione del voto. Quante volte avrete sentito: “Io voto Berlusconi” o “Voto Bersani”? Formalmente è sì un errore, ma questo non toglie che nella visione politica comune esista una linea diretta tra l’elezione del presidente e la croce apposta in cabina elettorale. E con questo prima o poi bisognava farne i conti.

Un dato curioso: l’ultimo voto espresso per le due camere è stato nel 2013. In quell’occasione i principali partiti avevano aderito alla spettacolarizzazione del protagonista attraverso campagne elettorali mirate ad esaltarne la leadership. Un partito emergente e che aveva fatto ben sperare a tanti elettori informati era “Fare per fermare il declino“. Un programma del tutto rispettabile che, seppur letto a quattro anni di distanza, ancora oggi sembra essere tra i più attuali (aldilà delle visioni politiche personali). Bastò una bugia sul curriculum accademico del suo leader, Oscar Giannino, per farlo crollare nei sondaggi e nei risultati. Questo nonostante le affrettate dimissioni dello stesso Giannino. Il partito, privato del suo generale, resto impantanato sotto la soglia di sbarramento, estinguendosi così dal panorama politico nazionale.

Un dato che lascia perplessi. L’unico partito che oggi siede al parlamento senza aver presentato candidati premier nel 2013 è il Movimento 5 Stelle, oggi il più grande sostenitore della teoria dell’illegittimità politica di Gentiloni. Proprio loro che erano riusciti a smarcarsi dalla “democrazia del leader” oggi la usano come leva per chiedere le dimissioni al presidente del consiglio.

La politica è commercio puro e segue inesorabile le leggi di mercato: la domanda elettorale italiana è poco razionale, rabbiosa e di pancia. Si cerca di comprare i diciottenni con 500 euro, i disperati con il razzismo e gli ignoranti con una versione distorta delle regole costituzionali. Finché è questo ciò che chiede l’elettore non scandalizziamoci.

Affrontare il tema del diritto di voto è un tabù. Mettersi in strada con un’auto e senza le dovute precauzioni può causare danni enormi, tragedie. Per questo esiste una patente: imparare il codice e avere una conoscenza base delle dinamiche in cui ci si immergerà protegge da conseguenze spiacevoli, permette di poterci sentire più tranquilli sia per ciò che facciamo che per quello che fanno gli altri. Sia chiaro, non esiste il rischio zero in nessun campo, gli incidenti stradali ne sono una prova, ma politiche informativa di sensibilizzazione hanno fatto crollare gli effetti negativi. L’invenzione della patente probabilmente suscitò qualche malumore iniziale ma il senno di poi ci permette di annoverarla oggi fra le misure più intelligenti prodotte dall’uomo.

Non si potrebbe pensare parallelamente che anche la guida di una nazione possa partire dalle stesse premesse?

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