Perché se vince il No ci guadagna Renzi

“Si dimette o non si dimette?” Questa la domanda al quale dovrà dar risposta il premier Matteo Renzi in caso di vittoria del No al prossimo Referendum Costituzionale del 4 dicembre, eventualità estremamente probabile secondo molti analisti politici.

La risposta è imprevedibile, le dinamiche da palazzo sono estremamente complesse e criptiche, arduo azzardare un pronostico a pochi giorni dal 4 dicembre. Eppure un risultato negativo potrebbe giovare alla leadership del presidente del consiglio, proprio attraverso l’atto delle dimissioni che le opposizioni chiedono da tempo in caso di sconfitta. Ho provato ad immaginare lo scenario.

*Domenica 4 dicembre 2016, ore 23 *Renzi ammette la sconfitta, il No ha prevaricato sul Sì e i cronisti chiedono incessantemente quali saranno le sorti del Governo. Le opposizioni esultano, sui social network viene chiesta a gran voce l’immediata dimissione del premier, il Partito Democratico esce con uno stringato comunicato in cui in buona sostanza non viene detto nulla di rilevante.

Lunedì 5 dicembre 2016, ore 10 I giornali in edicola parlano di bocciatura del testo della Riforma, sui social network cominciano ad apparire le prime vignette satiriche ma anche i primi duri scontri fra favorevoli e contrari al testo Boschi. L’ala sinistra del PD comincia a farsi sentire, a parlare di errori, di passi indietro, di nuove primarie. A destra come in un incessante disco incantato ripetono la parola “dimissioni” con una frequenza che farebbe invidia anche ad un pappagallo.

Lunedì 5 dicembre 2016, ore 15 Matteo Renzi annuncia le sue dimissioni. Parla di tradimento, di falchi e colombe, di personalismi. Saranno le camere a decidere, l’Italia è una repubblica parlamentare.

Lunedì 5 dicembre 2016, ore 18 Le borse crollano. Mattarella in una nota esprime rammarico per una eventuale caduta del governo. “Al paese serve stabilità”.

Martedì 6 dicembre 2016, ore 11 Mentre c’è chi a destra parla di nuove elezioni, nel Partito Democratico è arrivata l’ora della resa dei conti. Il partito è spaccato, non c’è comunicazione e sul futuro tanti dubbi, troppe incertezze. La corrente renziana attacca quella più a sinistra, nemmeno i pacificatori riescono più a contenere gli animi. Si sono formati due ali che assomigliano tanto a due partiti distinti.

Martedì 6 dicembre 2016, ore 15 Mattarella convoca i principali leader di partito, un governo instabile potrebbe avere ripercussioni sul piano europeo. Matteo Salvini, autoproclamatosi leader del centro-destra italiano il 12 novembre, vuole andare alle urne al più presto. Della stessa opinione Sinistra Italiana che vuole intercettare i malumori dell’area socialista del paese e Fratelli d’Italia, che nell’era di Giorgia Meloni pare abbia acquistato consensi. Sulla stessa lunghezza d’onda il Movimento 5 Stelle.
Forza Italia? All’interno del partito liberale il populismo esasperato di stampo leghista non piace. La base è il ceto medio della nazione: arrabbiato, impoverito e non contento ma mai troppo avverso alle politiche di Renzi, tanto da arrivare a dividersi nel momento di dover decidere se votare sì o no al referendum costituzionale. E poi il nuovo leader si chiama Stefano Parisi: moderato, pacato e alternativo alla politica urlata di quel Matteo Salvini che a ben vedere ai forzisti storici non piace per niente.

L’occasione è ghiotta: Forza Italia potrebbe tornare a governare in un “governo di responsabilità” con il Partito Democratico e il Nuovo Centro Destra.
Certo, sia nel PD che in FI bisognerà fare i conti con le scissioni interne ma alla Camera e al Senato si potrà contare sull’universo di parlamentari oggi “indipendenti” che da quel momento potranno fare da stampella al nuovo governo, magari in cambio di poltrone o riforme da mettere in agenda.

Mercoledì 6 dicembre 2016, ore 16 Dopo aver consultato i leader, Mattarella rimette alla Camera e al Senato la decisione finale. La crisi di governo passerà attraverso la ghigliottina della fiducia.

Giovedì 7 dicembre 2016, ore 18 I giornalisti nelle redazioni cominciano a battere nervosamente sulle tastiere. In Parlamento si urla “Vergogna”, sui social network ritorna la retorica scadente del “governo non eletto” e nei circoli del Partito Democratico si piange, si esulta, ci si giustifica o si tira un sospiro di sollievo. Una parte del Pd, quella più legata alla tradizione del Pci, è andata via ma il percorso prosegue verso un futuro senza intoppi.

Il 4 dicembre ha vinto il No ma a Natale insieme al panettone in molti brinderanno alla nuova stabilità, al nuovo patto simile al modello tedesco della “grande coalizione” che garantirà al paese una serena governabilità fino al 2018.

Buon Natale a tutti e un brindisi al governo “Renzi Bis”, la grande alleanza che traghetterà la nazione fino a nuove elezioni.

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