Perché bisogna provare compassione per il killer di Monaco.

Apro questo articolo prima di tutto mettendo le mani avanti: comprendere e avere compassione non significa certo giustificare.Sia chiaro, pare scontato quanto appena scritto eppure la strategia della tensione frutto dell’orchestra composta da terrorismo e media offusca la ragione, rende meno critici, più frettolosi. Mi son sentito di dover tutelare a priori il mio pensiero.

Solo qualche mese fa la strage di Monaco sarebbe stata trattata con cautela: noi, i giornalisti o i politici avremmo atteso di vederci più chiaro, avremmo aspettato qualche informazione anche parziale prima di esporre qualsiasi opinione in merito.
In questo l’ISIS ha ottenuto la sua più grande vittoria, più efficace di qualsiasi battaglia in Siria e più dirompente di qualsiasi bomba: viviamo nel terrore, viviamo tenendo costantemente a mente quanto la nostra sfera privata sia sempre e ovunque sotto la minaccia del terrorismo internazionale.

Nella Germania di Angela Merkel modello di integrazione e sicuramente miglior sistema di gestione della crisi immigratoria, l’ISIS ha vinto quando tutti noi abbiamo evocato il suo spettro.
Le spinte xenofobe di Pegida (movimento di estrema destra) si affacciano sull’elettorato tedesco come avviene in tutta Europa, eppure con caratteristiche più anti-islamiche che strettamente razziste: in Germania chi assume un modello culturale è considerato pienamente un cittadino come tutti gli altri, qualsiasi sia il colore della sua pelle.

Proprio per questo dovremmo provare compassione per il killer di Monaco.
Sta circolando sulle televisioni e sui social network un video in cui si sente la voce di una persona, definibile di razza ariana se fosse nato cento anni fa, insultare impavido dal proprio terrazzo il diciottenne Alì Sonboly dandogli del pazzo, augurandogli prospettive indicibili e ripetendo, a più riprese, “stranieri di merda”. Alì, distrutto da anni di vessazioni da parte dei bulli e sicuramente non lucido, risponde con estrema razionalità con un urlo disperato “sono tedesco, sono nato qui”. Nel momento più drammaticamente importante della sua troppo breve vita Alì ha dovuto sottolineare la sua identità, chissà quante volte violentata dai compagni. La sua vendetta contro l’emarginazione, l’affermazione massima e malata del proprio io viene minata dal colore della sua pelle, dall’ aspetto che non nasconde le sue origini medio-orientali. Alì si sente tedesco, è immerso nella cultura tedesca e non ha nulla da rinfacciargli. Alì se la prende con i compagni di scuola, quelli che dovrebbero essere un pilastro dell’esistenza di ogni adolescente ma che oggi, in maniera anonima, ammettono di avere fatto spesso mobbing su di lui e di averlo isolato.
Alì, sbagliando, ha pensato di dovergliela far pagare. Eppure la sua vendetta viene oscurata da qualcosa più grande di lui,  il ragazzo messo a margine ancora una volta. Nessuno ascolta Alì, nessuno accoglie il suo gesto disperato: pensiamo tutti ai genitori iraniani, pensiamo tutti che si possa trattare di terrorismo islamico. Un persiano è prima di tutto un persiano, non un essere umano con infiniti aspetti da analizzare e prendere in considerazione. La regione di provenienza parla e urla più della complessità di una persona e delle sue infinite sfaccettature.
L’ISIS, duole ammetterlo, ha ottenuto una vittoria anche a Monaco con Alì e su Alì.
L’ISIS è stata presente anche nel dramma di un ragazzo di diciott’anni che ha deciso di uccidere 9 persone, gran parte giovanissimi e gran parte di origini straniere come lui. L’ISIS non potrà rivendicare attraverso una firma ma il suo spettro aleggia anche in questa giornata irreale a Monaco, anche ora che tutto è più chiaro.
Dispiace che Alì non abbia trovato spazio in questo mondo, dispiace che a quella età si arrivi a tanto. Alì è colpevole di aver strappato nove vite insieme alla sua ma non si può non provare compassione per quel minuto ragazzo che poco prima di morire ha dovuto urlare per l’ennesima volta contro un pregiudizio pesante come un macigno. “Sono tedesco. Sono nato qui”.

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