Mark Zuckerberg ha ucciso il giornalismo?

Facebook porterà all’estinzione di un’intera categoria? Sì, ma non quella dei giornalisti.

Risparmiatevi la solita frase puntualmente usata per giustificare il presunto progresso digitale: “Tutto cambia, dovranno adattarsi anche i giornalisti”. O meglio, assumiamo che sia vero, accettiamola in toto senza dare giudizi di sorta ma provando a soffermarci sulle conseguenze del connubio tra giornalismo e social network e in che modo la società cambierà in seguito alla rivoluzione che nolenti i media son costretti a dovere affrontare

Difficile stabilire la data di fondazione di internet ma fissiamola per comodità al 1993. Bene, fino ad allora i mezzi di comunicazione erano dei *medium *tra il giornalista e chi voleva informarsi. Gli addetti del settore della stampa cercavano per quanto possibile di raccontare il mondo e il mondo sceglieva come farselo raccontare: tv, radio o carta. Con l’arrivo di internet l’editoria ha immediatamente esultato alla nascita del nuovo strumento: il potere mediatico poteva essere esercitato così in maniera ancora più capillare e rapido, una vera e propria manna. Ad oggi sappiamo che non è proprio così e ho semplificato i passaggi che sanciranno la fine di un’intera categoria in quattro punti.

  1. La questione anagrafica Ogni giorno muore un cliente di un giornale. Un dato anagrafico assolutamente normale che però va affiancato alla questione spinosa della sostituzione: per ogni decesso non si acquisisce un nuovo lettore. Ciò che viene perso non si recupera più. Un problema ben noto soprattutto agli uffici commerciali dei giornali che da anni sono abituati a mettere il segno meno ai bilanci aziendali. Colpa dei giovani? Da giovane posso affermarlo: sì.

  2. La questione della gratuità Le nuove generazioni vogliono l’informazione non a pagamento senza considerarne i costi. Il giornalista deve passare ore a documentarsi, a spostarsi, ad intervistare. Tutto questo ha un prezzo, sicuramente considerevole, che va sostenuto. L’informazione è un lavoro ad alto rischio, ad intenso impegno e bassissime retribuzioni alle quali i lettori inspiegabilmente non vogliono più contribuire. Le conseguenze? O il giornalista viene pagato da qualcuno che ha interessi secondari (gruppi imprenditoriali, lobby, partiti) o si riduce ad impoverire i contenuti per trarne maggior beneficio. A discapito del buon giornalismo che inesorabilmente percorre la via dell’estinzione.

  3. La questione delle visualizzazioni La carta non vende più, le radio sono in crisi e gli ascolti Tv crollano. L’informazione è dovuta migrare sulle piattaforme web, social media in primis, cambiare per non estinguersi: la retorica grossolana e darwinista l’abbiamo accettata ad inizio testo e a questa ci siamo tutti genuflessi. Oggi la nuova moneta è la visualizzazione che si traduce in miseri proventi pubblicitari, quando l’utente non sbarra anche questo canale usando AdBlock. Ciò che conta non è informare, l’informazione non paga: ciò che conta è aumentare le visualizzazioni, la visualizzazione ha un miglior rapporto costi-benefici. Un mantra che si concretizza in due rituali: creare monoporzioni e renderle virali. Un tempo comprare il giornale voleva dire acquistare un pacchetto ampio di informazione: al costo di un caffé si portavano a casa una cinquantina di pagine di cronaca, cultura, sport, politica ecc…
    Oggi l’articolo si vende singolarmente ed è più facile e redditizio produrre contenuti a basso costo di produzione con la massima resa: i contenuti spazzatura.
    Indagare sul vergognoso stato della rete fognaria del Garda (la mia più importante inchiesta) frutta meno di un banale “ELISABETTA CANALIS DICHIARA: MI PIACE TANTO IL…”. Non mi sento di biasimare i colleghi che lavorano in questo modo (in forme più lievi mi capita di farlo anche io), il giornalista è un mestiere senza alcun riconoscimento sociale, da informatore è diventato commerciante. E il commercio è assoggettato alla legge della domanda.
  4. La questione della domanda Contenuti brevi, su misura e sensazionali. Questo è il nuovo modello di informazione che il social network premia.
    Oltretutto con una finta pluralità: Facebook tramite i suoi algoritmi decide cosa mostrarci studiando i nostri gusti e le nostre tendenze. Un’informazione on demand che chiude l’utente in un imbuto di malainformazione e conferma continua delle proprie credenze ed opinioni. Il fenomeno si chiama Daily Me, il giornale quotidiano che ogni giorno facciamo assemblare a Facebook su misura per noi (in fondo al testo il link all’articolo dove ne parlo). Un tempo il giornale provava ad informare indicando al lettore una gamma di opinioni e situazioni coesistenti nel mondo. Oggi il giornalista insegue freneticamente le inclinazioni di pancia dei frequentatori del web, in un’asta al ribasso eterno sulla qualità dei contenuti.

Torniamo alla domanda iniziale: Facebook uccide il giornalismo? No. Facebook uccide l’editoria inglobandola a sé. Mark Zuckerberg in un futuro non troppo lontano diventerà l’unico grande editore mondiale. Il nostro lavoro si svolgerà tutta sulla piattaforma sociale e il valore delle nostre inchieste verrà pesato in viralità-
La ricerca del vero verrà sostituita dalla ricerca del vano. Lo scoop verrà misurato in clic, la condivisione di informazioni diventerà meno importante della condivisione dei contenuti.

Non sostenere il giornalismo ci fa risparmiare 365 euro l’anno. Togliergli risorse pretendendo che lavori per voi gratis causerà danni incalcolabili.

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