La fine dell’emergenza migratoria è una grandissima fake news

Ad agosto ci sono stati sei giorni senza sbarchi sulle coste italiane. Un decimo le persone (perché parliamo di persone prima che di migranti o clandestini) arrivate nel nostro paese rispetto ad agosto 2016: 2080 contro le 21292 dell’anno precedente.
A luglio 11459 esseri umani hanno messo piede sulle coste nazionali, contro i 23552 del luglio 2016. Una diminuzione del 57%.
Il trend di quest’anno, grazie al calo di questi ultimi due mesi, si attesta ad oggi al -4,15% rispetto allo stesso rilevamento di un anno fa.
I dati, riportati da Repubblica, farebbero emergere un dato ottimista, ripreso dalle dichiarazioni del Ministro Minniti che in queste ore ha dichiarato ai giornali: “Vedo la luce in fondo al tunnel”.

La realtà dietro ai numeri racconta però di una tragedia umanitaria di dimensioni epocali, consumata sotto gli occhi di un’Europa chiaramente incapace di gestire un’emergenza che, piaccia o non piaccia, esiste ancora.

Giusto poco prima dell’inebriarsi di ministri e sottosegretari alla vista degli ultimi rilevamenti, a fine giugno, Amnesty International aveva denunciato la miopia occidentale in un rapporto dal titolo poco lusinghiero: “Una tempesta perfetta, il fallimento delle politiche europee nel Mediterraneo centrale”. Secondo l’associazione che vigila sui diritti umani l’incremento di morti nel Mediterraneo, triplicato al 3% di coloro che salpano dall’Africa, potrebbe fare del 2017 l’anno nero dei morti in mare. Questo è imputabile ad un progressivo peggioramento dei mezzi di trasporto e delle condizioni di viaggio dei migranti oltre che alla gestione del fenomeno in chiave esclusivamente contenitiva.

Secondo il Viminale l’alleggerimento dell’emergenza (che come vedremo è solo apparente) è dovuto al ruolo sempre più centrale – e criticato – della Guardia Costiera libica. Le unità navali infatti hanno intensificato i controlli a seguito dei numerosi summit e faccia a faccia, avvenuti fra Tallin e Tripoli passando per Roma, che avrebbero imposto al governo di Al Serraj una maggiore presenza nei propri mari e il conseguente allontanamento delle Ong internazionali.

La ricetta perfetta perfetta per non avere un problema è non vederlo? Il calo di sbarchi è quindi dovuto all’incremento di respingimenti della Guardia Costiera libica, a cui deve essere aggiunto l’intensificarsi degli scontri a Sabratha, nei pressi della zona da cui partono i gommoni, che di fatto rende impraticabile l’esodo di migliaia di persone.
Esodo che si arena in Libia, paese dove, a detta dello stesso Mario Morcone, capo di gabinetto del Ministero degli Interni italiano, non ci sarebbe alcuna garanzia sui diritti umani.

Decine di migliaia di uomini, donne bambini sono bloccate in un paese, la Libia, dove è ancora in corso un violento scontro fra milizie per la conquista del potere. Il fragile governo di Al Serraj, l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite, tratta la questione come un problema di ordine pubblico organizzando veri e propri rastrellamenti per le città alla ricerca del migrante. Nuclei di polizia anti immigrazione arrestano le persone per strada, trasferendoli in centri di detenzione simili a lager dove gli sfortunati avventori vengono privati delle più basilari norme di sopravvivenza, dove il cibo e l’acqua sono razionati, dove la violenza è sistematica.
Chi sfugge alle ingenerose mani dello stato libico rischia di finire nelle mani degli schiavisti o, peggio, dei sequestratori. Questi, come ampiamente dimostrato anche da indagini della Procura di Palermo, chiedono riscatti onerosi in cambio della libertà. In caso di mancato pagamento c’è spesso la morte. In alcuni casi anche il traffico di organi.

E mentre qualcuno parla di risoluzione dell’emergenza migrazione tutto questo si consuma, sotto i nostri occhi, vergognosamente nascosto dalla freddezza di qualche numero. Non abbiamo scuse e non possiamo fingere che non esista il problema, non possiamo limitarci a relativizzare il fenomeno parlando di riduzione degli sbarchi.

La storia ce l’ha insegnato: i nodi, prima o dopo, arrivano al pettine. Dovremmo occuparci delle emergenze umanitarie anche per i nostri interessi diretti, per una sorta di moderno egoismo illuminato in chiave diplomatica. In fondo anche questo è essere umani.

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