Il senso della giustizia (secondo Matteo Salvini)

Giudici fasciocomunisti: Italia regime islamico. (Matteo Salvini, venerdì 15 settembre 2017)

Stranezza tutta italiana: cresce il senso di fiducia nelle forze dell'ordine parallelamente all'aumento di insicurezza percepita. Paradossale, perché là dove ci si sente meno protetti la colpa dovrebbe essere attribuita proprio a coloro che detengono il ruolo di protettori.

Di questa strana contraddizione si è fatto esponente Matteo Salvini. Nel repertorio propagandistico del leader del Carroccio non mancano mai selfie con agenti e militari, divise della polizia indossate come fossero magliette della Lega o della squadra di calcio preferita e fiumi di parole spese per difendere le mele marce anche quando sono indifendibili, come dimostrato nelle prime ore successive alla notizia del presunto stupro di Firenze di cui sono, ad oggi, indagati due carabinieri. Il tutto, ovviamente, condito con quotidiana e abbondante dose di paura e diffidenza nei confronti del diverso e dell'ultimo, per polarizzare la realtà in "Bene e Male", semplificandola e rendendola di facile lettura e lineare interpretazione.

Il folklore leghista, ramificato in gruppi Facebook e pagine gemellate con i canali ufficiali del partito, ha dato vita ad un universo di link, immagini e video dalla dubbia veridicità, nei quali viene montata una vera e propria apologia dell'agente, quotidianamente impegnato a combattere degrado e criminalità con le poche risorse rimaste dalle ruberie di uno Stato debole e parassita. La parola d'ordine, seguita da migliaia di utenti su vari social network è una sola, categorica e imperativa per tutti: "condividi! E ci indigneremo"

Quando la giustizia punta il dito contro la Lega, però, la musica tutto ad un tratto cambia. Gli stessi agenti osannati qualche post più in là perché tutori dell'ordine e del decoro diventano, in poco tempo, sgherri al servizio di magistrati faziosi e politicizzati. Dall'applauso al carabiniere per aver acciuffato il ladro di polli si passa, con una continuità disarmante, all'indignazione verso il finanziere che controlla ed accerta una truffa ai danni dello Stato nei bilanci del partito. Dal Buttate via la chiave nei confronti di chi ruba le cose d'altri si passa al Provvedimento anti democratico detto con tono accusatorio nei confronti del giudice che blocca i conti della Lega dopo che una sentenza di primo grado dimostra come Umberto Bossi e Francesco Belsito abbiano indebitamente sottratto 56 milioni di euro dalle tasche dei cittadini italiani.

Ordine e legalità nelle strade, marcio nei palazzi. Questa sembrerebbe essere la definizione salviniana di giustizia: tolleranza zero quando si parla di micro criminalità, relativizzazione del reato quando coinvolti sono partiti per grandi furti contro il bene pubblico. Poliziotto buono nel primo caso, sbirro cattivo nel secondo.

La gravità del reato, tuttavia, non risulta mai uguale per tutti: in quest'ottica costruita dalla retorica salviniana, se a rubare è la Lega e come conseguenza la si condanna, si può apertamente parlare di un provvedimento di natura ideologica e politica, finalizzato ad indebolire il partito e la volontà popolare. Se a fare i furbi saranno gli altri, invece, verrà chiesta a squarciagola la massima severità, si urlerà con tutte le proprie forze e con ferrea convinzione contro Roma Ladrona e il suo apparato di politici e funzionari parassiti e corrotti.

Una giustizia à la carte, personalizzabile e cucita su misura. Una giustizia simile a quella che si vede nella Russia dell'ammirato Putin e che è al servizio del potere dominante, nemico delle minoranze. Una giustizia ingiusta che, piaccia o non piaccia al popolo leghista, non è quella tipica di uno Stato giusto, democratico e di diritto.

Si metta il cuore il buon Matteo Salvini, finché vive in questo paese, volente o nolente, dovrà fare i conti anche con gli sbirri cattivi. E dal mio punto di vista, questo posso dirlo con una certa ammirazione e appoggio, è una fortuna che ci siano anche loro.

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