Il populismo internazionale è al tramonto?

Theresa May ha politicamente perso, Trump è a rischio impeachment.

Questo è solo l'ennesimo bollettino quotidiano della triste narrazione dei populismi occidentali. Una storia ambientata negli scenari felici di un'inaspettata Brexit e di una sorprendente vittoria di un candidato repubblicano considerato incandidabile, una storia che nel corso del suo sviluppo ha dovuto fare i conti con la realtà dei fatti: la demagogia paga, ma poi ha un prezzo.

Il costo della vittoria infatti è un bagno gelato nei complicati meccanismi della governabilità e nell'attuazione delle promesse elettorali. Bene forse ha fatto quel Nigel Farage, leader dell'Ukip, ad uscire a testa alta, ad aver condotto un popolo fin al limite estremo del burrone senza assumersi le responsabilità di dare la spinta finale, quella spinta che per anni è stato il cavallo di battaglia dell'armata dei leave.

Le argomentazioni ripetitive e tuonanti di una certa propaganda forse non convincono più, forse hanno cominciato a stancare.

Segnali di eventi nefasti nella infelice storia populista ne aveva già dati l'olandese Wilders, abilissimo incantatore di folle e straordinario monopolizzatore del dibattito pubblico ma che si è dimostrato alla prova della cabina elettorale non convincente e poco concreto.
Alla tragedia olandese nelle terre di Sua Maestà si annusava l'odore di un Referendum bis e di un'uscita della Scozia dal Regno Unito, ipotesi al momento congelate ma suffragate dalla fine della teoria dell'Hard Brexit.
Gaffe, errori grossolani e scelte politiche aspramente contestate hanno caratterizzato questi primi mesi del regno di Trump, senza contare l'ingombrante e onnipresente ombra del Russiagate che incombe su tutta l'amministrazione repubblicana.
Non se la passa meglio la Francia, dove la Le Pen ha perso senza particolari meriti o lodi, andandosi ad impantanare solo pochi giorni dopo la sconfitta nella vuota discussione circa un'eventuale rifondazione del partito fondato dal padre.

A far da cornice alla disfatta populista, in questa curiosa storia occidentale, c'è il nostro paese. Se da una parte l'asse Salvini-Meloni non decolla rimane in piedi l'incognita del Movimento 5 Stelle le cui finalità e la cui natura sembrerebbero quantomeno dipingere il partito di Grillo come una "Terza via". Seppur con più di un sospetto che l'esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari, elemento distintivo dei populismi, possa portare a conclusioni politiche non molto distanti dalle posizioni nazionaliste e autarchiche delle nuove destre.

Potrebbe essere l'Italia a dare il colpo definitivo o nuovo ossigeno alla zoppicante internazionale populista.

Considerando che questo è il paese che nel 2017 si divide ancora sui vaccini o sulle unioni civili forse bisognerebbe porsi un'altra domanda: siamo sicuri che dopo il probabile tramonto, quando incontreremo la notte, saremo pronti ad affrontarla liberi dalla retorica ideologica?

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