Il digiuno per lo Ius Soli è un terribile errore

Prosegue il digiuno a staffetta per ottenere l'approvazione dell'ormai celebre Ius Soli, la riforma sulla cittadinanza che garantirebbe a centinaia di migliaia di cittadini stranieri di essere riconosciuti italiani.

Le critiche alla legge ad oggi si riducono a poche argomentazioni, spesso velatamente razziste. Se fosse approvata infatti permetterebbe a chi è nato in Italia, figlio di stranieri, o arrivato qui prima di aver compiuto 12 anni e con alle spalle almeno cinque anni di scuola nel nostro paese, di ottenere la cittadinanza. Una riforma che nel paese reale ha già una sua applicazione, con oltre 800mila persone cresciute a pane e cultura italiana che già si sentono cittadine di questo paese, seppur non riconosciuti. Una battaglia di civiltà che al momento è frenata dalla paura e dalla diffidenza, ostacoli inesorabilmente destinati ad essere travolti dalla nuova conformazione del mondo, sempre più connesso e aperto agli scambi culturali. Una battaglia che nessun muro fisico o legislativo potrà mai fermare.

Proprio perché è una battaglia di civiltà destinata ad essere vinta non deve cadere in facili inciampi. Il digiuno, seppur atto di manifestazione dimostrativo, è una forzatura delle prerogative e dell'autonomia del Parlamento. Pensare che il Senato possa approvare una legge perché spinto dalla privazione di nutrimento di centinaia di cittadini è, in ultima analisi, una vera e propria minaccia al processo decisionale democratico.

Inevitabile è il paragone con i digiuni di Marco Pannella, storico leader radicale che in oltre mezzo secolo ha collezionato innumerevoli privazioni della fame. Premesso che si possa essere d'accordo o meno nei confronti di questa pratica, il significato di tale gesto è tuttavia estremamente diverso dal digiuno a staffetta dello Ius Soli. Pannella infatti usava questo strumento in aperta protesta contro violazioni di diritto fondamentali, come le aggressioni internazionali fra Stato, le detenzioni politiche illegittime o aperte violazioni umanitarie (celebri quelli in favore della popolazione carceraria italiana).

La sfida dello Ius Soli è una sfida di civiltà contro la paura, contro il calcolo elettorale, contro gli azionatori delle leve d'odio. Una sfida che deve essere combattuta nelle aule del Parlamento in nome di quei cittadini-elettori che rifiutano una società di caste e di ghetti, terreni fertili per estremismi e radicalizzazioni. Una sfida che si deve portare avanti accogliendone anche le difficoltà, senza trucchetti.

Il rischio di perdere un round c'è, non possiamo nasconderci dietro un dito. Ma di fronte a questa possibilità il Partito Democratico ha due scelte: approvare la riforma con la fiducia per poi arrivare fino al 2018 zoppicando appoggiato a deboli alleanze a destra, oppure portare in aula la votazione sullo Ius Soli e mettere le basi per un'alleanza con il laboratorio a sinistra di Mdp e Pisapia per ridare identità all'area progressista di questo paese.

Ciò che è certo è che non bisogna cedere alla tentazione della forzatura, con il rischio di accelerare i tempi scoprendo i fianchi ad un eventuale affondo populista.

Nel frattempo i democratici possono stare tranquilli: la globalizzazione non è un pranzo di gala ma non per questo non ci si può concedere i tre canonici pasti al giorno. In fondo, come ricorda bene Sun Tzu ne "L'arte della guerra": Attendi il nemico. Attendi in riposo il nemico esausto; tu ben nutrito, il nemico affamato. Questo significa avere il controllo della forza.

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