I giovani di oggi non sono molto promettenti

Amano il lusso, sono maleducati, se ne infischiano dell’autorità, non hanno nessun rispetto per gli anziani e rispondono male ai loro genitori” di chi stiamo parlando? Delle nuove generazioni. E di chi sono queste parole? Di Socrate, pronunciate nel 400 a.C.
I giovani del resto sono un argomento vecchio e non voglio alimentare di certo il meccanismo di reciproca diffidenza che sin dalla notte dei tempi caratterizza il passaggio di consegna fra chi ha costruito il mondo e chi lo deve ancora iniziare a fare.
Eppure credo sia doveroso
precisare che l’eccesso di scetticismo che tipicamente colpisce chi è messo alla prova non possa essere bilanciato con una irrazionale fiducia verso tutto ciò che è nuovo e per questo andrebbero fatte le opportune valutazioni.
Svilupperò il mio ragionamento partendo dall’ipotesi comunemente accettata: i giovani di oggi, chiamati Millennialso Generazione Y, appartengono ad un mondo più globalizzato e più dinamico dove lo scambio di informazioni e l’immediatezza della verificabilità delle fonti comporterebbe un maggior senso critico, una maggiore pluralità e una generale tolleranza e apertura verso l’esterno.

A sostegno di ciò si aggiunge la Crisi che, secondo lo studio Strauss-Howe, sarebbe valore aggiunto in quanto plasmerebbe le giovani menti ad essere portate ad un ottimismo generale migliorando i comportamenti civici e la percezione della realtà. In parole povere: abbiamo buone speranze.
Non mi annovero di certo fra i nemici della tecnologia né tanto meno fra chi non perde occasione per criticare le annate precedenti (anche perché avendo 27 anni non ne ho moltissime alle mie spalle) eppure
è risaputo che chiunque possieda il diritto fondamentale ad un avvocato ed essendo la diffidenza generazionale argomentazione povera per sua natura, sarò io a difenderla d’ufficio.
Cominciamo con
una piccola considerazione di carattere sparso: l’Umanità, secondo uno studio condotto da Gerald Crabtree, per questioni di selezione naturale sta diventando sempre meno intelligente. Infatti un tempo i nostri antenati erano premiati per la loro capacità di adattamento e di risoluzione dei problemi con la loro stessa sopravvivenza: gli stupidi, molto semplicemente, morivano e non riuscivano a riprodursi. Oggi invece con Lapo Elkann abbiamo dimostrato il contrario.
Internet ci ha
poi illusi: fino a pochi anni fa credevamo che questo strumento potesse essere contenitore accessibile del sapere umano e che ci potesse condurre ad un livello politico raffinato e superiore. Aldilà dei risultati finali per cui dovremo attendere ancora qualche anno è evidente quanto l’idea di progresso che ci eravamo fatti vada drasticamente ridimensionata. Lo scambio culturale che avevamo immaginato è stato diluito in una massa di informazioni tendenziose, spesso false e studiate a tavolino per svegliare gli istinti animaleschi degli internauti: siamo nell’era dell’informazione entropica. Le speranze politiche che la facilità di comunicazione avrebbe dovuto permettere si sono spente con la quasi estinzione di “partiti giovani” quali i Pirati in Germania, oggi a meno del 2%, o fortemente indebolite come nel caso italiano del Movimento 5 Stelle, che ha limitato in questi anni la richiesta di maggior partecipazione dei cittadini e di democrazia diretta relegandola a pratica interna per militanti a discapito della “lotta alla Casta”, molto più remunerativa in termini elettorali e più semplice da argomentare.

C’è poi il duro colpo incassato quando ad un certo punto è diventato lampante che i social network, Facebook in primis, per rendersi più appetibili spacciassero ai propri utenti un mondo migliore, modificando parametri matematici dei server per mostrare agli iscritti solo ciò che fosse più gradito, escludendo di fatto l’elemento “novità” dallo scambio di saperi e producendo un’informazione fortemente personalizzata. Ne parlo qui del fenomeno: il Daily Me. Studi sociali hanno inoltre dimostrato che, soprattutto online, sia più facile che nasca un’amicizia fra persone di area politica simile. Insomma, un social network che ci mostra solo contenuti che ci aggradano e cerchie di amici compiacenti: di certo non la ricetta per una democrazia decente mancando nella formula il fattore della pluralità di opinioni.
E infine c’è l’approccio all’informazione dei giovani. La ricercatrice Sara Douglas sostiene che ben l’88% dei Millennials usino Facebook per cercare informazioni, o meglio, per inciamparci dentro: emerge che raramente una notizia venga inseguita a scopo informativo ma che capiti spesso di apprenderla casualmente, in modo totalmente passivo o, tra le righe, quando Facebook decide di mostrarcela.
C’è poi la formulazione dell’opinione. La maggior parte dei ragazzi intervistati ammette candidamente che per farsi un’idea spesso si leggano i commenti di altri utenti. Peccato anche qui che l’impalcatura delle interazioni sia viziata dalla caratteristica introdotta pochi anni fa nella maggior parte delle pagine e dei link: i commenti popolari. È vero che questa premia nelle prime fasi solo i contenuti “più interessanti” posizionandoli in testa a discapito di commenti che ottengono meno Like, è anche vero che commenti dignitosi espressi in ritardo, anche solo un paio d’ore dopo i primi scambi, hanno praticamente zero possibilità di essere visti
dagli altri utenti e valorizzati con i celebri “mi piace”. Una corsa al commento più veloce potrebbe essere la chiave per convincere i 1,65 miliardi di utenti attivi su Facebook?
E infine il ruolo dell’informazione politica sui social network secondo l’American Press Association. Tenere il passo con le notizie resta dietro le tre attività digitali più popolari: il controllo e l’invio di e-mail (72%), il tenere passo con ciò che gli amici stanno facendo (71%), e la musica in streaming, TV, o film (68%).

C’è da dire che sono state differenze tra i gruppi di età all’interno degli studi di generazione: Solo un terzo dei più giovani Millennials, quelli sotto i 25 anni, descrive se stessi consumatori di notizie proattivi, dopo i 26 anni sono più della metà.
Dato finale, di certo non confortante, resta l’attaccamento dei giovani al modello politico-informativo dei parenti: l’opinione resta un’eredità sacra da tramandare e da custodire gelosamente, senza metterla mai in discussione.
Insomma, una forte argomentazione sembra non basti ancora a smuovere l’influenza esercitata dalle massime di papà.

Almeno i giovani si sentono cittadini del mondo, esprimono interesse per le altre culture e stanno superando i vecchi pregiudizi di stampo razzista. Non proprio ecco. Quasi la metà dei giovani italiani, secondo l’Osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia, ha tendenze razziste e chiuse verso la diversità in diverse sfumature e il 20% di questi hanno atteggiamenti apertamente omofobici, spinte antisemitiche, convinzione dell’inferiorità delle donne e non accettano nessuna razza o etnia diversa dalla propria. Alla faccia delle nuove connessioni culturali.

Abbiamo dunque abbastanza dati per tracciare l’identikit del Millennials: un esemplare di essere umano poco informato, che attinge da fonti discutibili e il più delle volte succube del gregge, spesso arroccato in posizioni morali tradizionaliste, nella metà dei casi intollerante a tutto ciò che è alieno dalla sua comunità.
Non voglio certo affermare che i giovani siano la rovina
incarnata dell’Homo Sapiens Sapiens. Ricordo solo che i loro genitori gli hanno lasciato in eredità: una crisi culturale senza pari nella storia, il buco nell’ozono per laccarsi i capelli e assomigliare ad un batuffolo di cotone, cibi poco commestibili, Uomini & Donne, vent’anni di Berlusconi, la Macarena, un neo-imperialismo che ci porterà alla Terza Guerra Mondiale, dieci stagioni (non ancora finite) di Don Matteo e tanto altro, per cui forse non basterebbe un libro.
La generazione precedente si informava dal prete e leggendo i bollettini oratoriali oppure guardando la TV e ritenendo Striscia la Notizia un telegiornale. Anche loro vivevano in un Daily Me allargato su scala nazionale che probabilmente a tratti generava l’illusione d
i dare al singolo una gamma di informazioni complete e plurali.
È caratteristica di qualsiasi essere umano sospendere le proprie caratteristiche critiche e non ricercare a fondo i vari aspetti e punti di vista sui fatti che lo circondano, probabilmente per non sovraccaricare il cervello con un eccesso di informazioni da elaborare. Questa caratteristica accomuna tutte le generazioni della storia umana, senza “bei tempi” o “prospettive innovatrici” che tengano in modo particolarmente solido.
Bisogna avere fiducia nei giovani, bisogna credere in loro. Ma non bisogna illudersi che possano da soli riparare ai danni grazie alle nuove tecnologie. Internet e i sistemi comunicativi sono strumenti progettati e realizzati da esseri umani per esseri umani, che ne replicano in larga scala i limiti, spesso amplificandoli.
Ridimensioniamo la fiducia nella nuova era, solo un sano realismo può spazzar via il velo illusorio e darci spazio per una lucida analisi.

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