L'unico modo per sconfiggere i populisti? Farli vincere

Un'altra doccia fredda, questa volta dove meno ce la si aspettava: nella benestante Germania di Angela Merkel, feudo moderato ed europeista che fino a domenica 24 settembre poco soffriva il germe del populismo continentale.

L'Afd e i suoi sostenitori sparsi nel Vecchio Continente festeggiano un 13% che non lascia spazio ad interpretazioni: con un +8,8% è evidente l'incremento dell'estrema destra e della sua influenza culturale nell'Occidente e nelle sue zoppicanti democrazie.

Non poteva andare loro meglio. Il risultato di quello che la stampa tedesca ha definito a tutti gli effetti un partito con evidenti sfumature neonaziste è senza ombra di dubbio quanto di più comodo ed efficace possa ottenere un partito di stampo radicale e populista.

La peggiore delle ipotesi per l'Afd sarebbe stata infatti una vittoria elettorale. Tra i capisaldi del partito di estrema destra infatti ci sono l'uscita dall'Unione Europea, dall'euro e il ritiro di tutto l'oro tedesco dalle banche degli altri paesi: uno scenario che avrebbe condotto il paese in un vero e proprio shock economico andando a colpire la nazione una delle classi medie più stabili del pianeta.

La vittoria del populismo in salsa tedesca avrebbe riproposto sicuramente i fallimenti dei predecessori della vulcanica Alice Weidel: fallimenti che hanno rivelato l'inconsistenza di politiche basate sul solo carisma e sugli slogan semplici, politica destinata a sgretolarsi se messa di fronte alla reale complessità del mondo .

Donald Trump dopo aver segnato il poco ambito record per il più basso indice di gradimento della storia degli Stati Uniti d'America, sta affrontando una fase di crisi mediatica interna con proteste che in queste ore si sono allargate anche al mondo dello sport. Inoltre la risolutezza e il pugno di ferro sbandierati in campagna elettorale hanno più volte trovato i muri del Congresso e della Corte Suprema, contrappesi democratici che hanno impedito alle azioni più eclatanti e insensate di trovare esecuzione. Nemmeno sul piano internazionale il Tycoon gode di rispetto e considerazione: le ultime esternazioni sulla Corea e sull'Iran sono prese poco seriamente dagli stessi interessati e le posizioni anti ambientaliste lo stanno allontanando dall'Europa e da diverse fasce della stessa società civile americana.

Theresa May ha dovuto far immergere il Regno Unito in un bagno di realtà. Addio all'hard Brexit, nessuno esce dall'Ue sbattendo la porta. Uno dei cavalli vincenti del Leave britannico firmato dal Tory Boris Johnson, il trasferimento degli obblighi finanziari dalle casse dell'Unione Europea al sistema sanitario nazionale, si è rivelato una colossale balla elettorale che si è dovuta inevitabilmente scontrare con la realtà, come ammesso dalla stessa premier e compagna di partito del proponente. Theresa May questa settimana ha riconosciuto inoltre che la secessione potrebbe avere conseguenze disastrose per il Regno Unito e per questo motivo ha proposto una nuova alleanza speciale con l'Europa sul tema del mercato e della sicurezza, chiedendo di posticipare la Brexit effettiva di qualche anno (fino al 2021) e garantendo a tutti gli immigrati europei diritti simili (se non identici) a quelli dei bei tempi dell'Unione. Insomma uscire si esce, ma invece della cresta alta si è optato per una più umile coda fra le gambe.

Non va meglio per i populisti italiani con esempi più soft ma non meno emblematici. Mentre la Lega di Salvini è passata dalle barricate e dai Roma Ladrona ai sequestri dei conti correnti per attività illecite avvenute proprio quando il partito si è istituzionalizzato, non tira aria buona nemmeno nelle fila dei 5 Stelle. I pentastellati in una manciata di anni sono passati dai nomi e cognomi dei parlamentari indagati sui maxi schermi del V-Day a Torino, ad un garantismo ben più relativista e dal sapore romano: Virginia Raggi riceve un avviso di garanzia e con un clic, come per magia, cambia radicalmente lo statuto e la giustizia si trasforma da dogma amico ad un'arma dei Pm politicizzati e dei giornalisti faziosi.

La risposta a problemi complessi non deve essere per forza complessa ma non può essere sempre quella di pancia. La crisi del modello moderato risiede forse nella sua incapacità di dare l'impressione di essere sempre pronto, immediato. La riflessione, un tempo virtù del saggio, è oggi lentezza e la lentezza non paga. Vogliamo tutto, lo vogliamo subito. Una fame di risposte che trova terreno fertile nei movimenti colpevolisti: che sia il negro, il messicano o il lurido maiale della casta l'importante è trovare il responsabile con celerità. Non ha vera importanza chi sia, non ha importanza il processo complesso.

Vogliamo risposte immediate? Mettiamoli alla prova. Facciamoli scendere dai pulpiti e facciamoli sedere al volante. Essere opposizione è un alibi perfetto per prendere potere senza assumersi le responsabilità di chi governa, un luogo ideale dal quale urlare senza subire gli effetti dell'eco delle parole, senza dover affrontare una fase di autocritica. Forse questo il luogo migliore per un populista: dal banco dell'accusa al banco di prova. E di risultati, in questa scomoda situazione, se ne son visti francamente davvero pochi.

Buona fortuna Afd, vi auguriamo il 51% la prossima volta.

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