Facebook ci fa credere di vivere in un mondo migliore

Il famoso social network ci mostra solo ciò che ci piace?

Cosa succederebbe se ogni mattina vi consegnassero a casa un giornale su misura per voi? Il mio avrebbe in prima pagina i fatti più importanti della mia Città, sono giornalista in un settimanale locale e mi sarebbe estremamente utile per agevolare il mio mestiere. Sfogliandolo troverei sicuramente la politica, le news sulla diplomazia internazionale, cultura e approfondimenti. Non inserirei lo spettacolo, le arti visive e la cronaca nera: non faccio lo snob, è che proprio mi danno noia. Ecco, immaginate anche cosa potrebbe succedere se tutte le persone di cui vi circondate parlassero di argomenti di vostro gradimento con interazioni stimolanti e sempre opportune. Tutte.

In realtà non succederebbe nulla di diverso da quanto non vi accada ogni volta che entrate in Facebook.

Il giornale virtuale di cui ho parlato sopra in realtà non è una mia invenzione. Fu ipotizzato per la prima volta nel 1995 da Nicholas Negroponte a cui affibbiò il termine Daily Me e questa idea a qualcuno in Venezuela piacque talmente tanto che nel 2005 decise di concretizzarla imprenditorialmente offrendo un servizio di informazione “on demand” che inviava direttamente a casa o sul computer il quotidiano personalizzato.
In realtà, senza tanto clamore, Mark Zuckerberg sposò l’idea di Negroponte e la inserì all’interno dell’Edge Rank, l’algoritmo di Facebook che regola la rilevanza e il peso dei singoli contenuti e che decide quali post mostrare all’utente nella NewsFeed - la schermata dove scorrono i contenuti - e quali gettare nell’oblio. Tradotto: non tutto ciò che vediamo sulla "home" del social network blu è ciò che viene pubblicato in quel momento dai nostri contatti o dalle pagine che seguiamo. Possiamo dire che c’è una sorta di selezione che insegue costantemente i nostri interessi eliminando circa il 95% degli altri contenuti, considerati "superflui".

Se potessi darvi la password del mio account sarebbe come regalarvi le chiavi d’accesso ad un appartamento con vista sul mio paradiso virtuale: un Eden moderno fatto di persone politicamente impegnate, immerse nelle questioni sociali e costantemente dedite ad un confronto costruttivo. Chiamiamo questa utopia Jannat (paradiso in persiano). La stampa a Jannat dice cose giuste, i media a Jannat parlano di questioni serie e i politici populisti, ad Jannat, non prendono voti, anzi, diventano macchiete a cui tuttalpiù si può concedere una vignetta satirica o uno sfottò.

Jannat purtroppo non esiste.

Cito un esperimento portato avanti da un redattore di Wired, Mat Hanon. Con lo scopo di verificare fin dove potesse spingersi l’edge rank il giornalista ha deciso di mettere “mi piace” a tutto ciò che nella home gli si è mostrato davanti per 48 ore consecutive con l’unica comprensibilissima eccezione verso un post di un amico che annunciava la recente morte di un parente. Il dato più evidente emerso alla fine dei test è stato l’aumento spropositato di contenuti a fini commerciali da dispositivo mobile che avevano ridotto all’osso i contenuti umani: potrei perdermi in decine e decine di righe dissertando sulla natura commerciale di Facebook ma non sono qui per parlare di questo, almeno per oggi.
Il secondo elemento di rilevanza notato da Mat è stato l’incremento di contenuti politici inscrivibili nella destra conservatrice, razzista e xenofoba. Infatti in maniera del tutto casuale i mi piace erano finiti su considerazioni e link che in qualche modo riconducevano a quell’area ideologica e Facebook, di tutta risposta, aveva cominciato a proporre ad Hanon contenuti compiacenti all’idea che l’edge rank si era fatta di lui. Tradotto: Facebook ci mostra solo ciò che a noi piace.

Cass Sunstein, famoso giurista statunitense, teorizzò gli effetti del Daily Me descrivendo le conseguenze del giornale virtuale di cui siamo inconsapevoli lettori quotidiani: rinforzamento massiccio delle nostre idee, tendenza a barricarsi nelle nostre opinioni, effetto cassa di risonanza dove possiamo udire solo l’eco di ciò di cui siamo convinti. Un giornale estremamente chiuso che non apre ad altri punti di vista e che ci fa leggere solo ciò che è interessante per noi soddisfacendo i nostri soli specifici gusti sul breve termine. In una parola: personalizzazione. Facebook rende personalmente piacevole anche ciò che ci circonda e che per sua natura dovrebbe essere “altro” dalla nostra realtà trasformandolo in un personale mondo fittizio fatto di situazioni e considerazioni a noi familiari. Uno dei miei primi post, si chiedeva se l’eccesso di libertà di parola potesse paradossalmente portare alla limitazione di quel diritto. Citavo all’ interno del testo due righe su una vicenda alquanto inusuale in cui erano coinvolti i repubblicani e, forse anche per questo, decisi ingenuamente di mettere come immagine in evidenza la faccia Trump, in un'espressione che definirei adirata . Non stavo sicuramente disquisendo sulla figura del candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America (come del resto in altri post avevo fatto) eppure mi sono accorto immediatamente che la quasi totalità dei commenti iniziavano con elogi al buon Donald: molte persone, evidentemente abituate all’assenza di senso critico, avevano semplicemente letto la frase e guardato la foto e senza farsi troppe domande, probabilmente abituate ad una realtà che non se le pone, hanno commentato limitandosi ad elargire giudizi e opinioni senza lasciare spazio d’analisi al mio spunto. Spinto da una certa curiosità proseguo nel mio esperimento e pubblico un’altra mia riflessione che ho intitolato “CONDIVIDI QUESTO POST SE SEI INDIGNATO : anche se non sai il perché” il cui scopo consisteva nel ridicolizzare tutti coloro che, senza riflettere, interagiscono sui contenuti online emettendo giudizi semplici e grossolani. Non sono per niente bravo ma mi diverte assemblare immagini con programmi di manipolazione d’immagini e così ho deciso di crearne una per l’articolo dove, spinto da una sconfinata fantasia, ho piazzato Trump nella medesima foto del post precedente aggiungendo dello zenzero, degli immigrati su un barcone, dei cuccioli e un simbolo massonico: così, senza apparente senso. Vi riporto solo alcune delle considerazioni emerse ma vi consiglio di buttare un occhio direttamente sulla pagina FB.

condividi Il post aveva fatto abboccare alla mia esca gli stessi che senza troppi giri di parole attaccavo già dalle prime righe. Niente, esistono su questo pianeta miei simili in cui è totalmente assente l’accortezza di informarsi prima di aprir bocca. Il gioco cominciava a divertirmi. Possiamo però dire che Ideologorroico sia la digitalizzazione di ciò che penso e siccome sono un essere complesso spesso provo anche emozioni comunemente definite negative. Qualche tempo dopo ho pubblicato una lettera a Giulio Regeni in cui mosso da dolore e rabbia spiegavo al giovane ricercatore di Cambridge che la giustizia, in Italia come in Egitto, non sempre sia riconosciuta e che spesso l’abuso è protetto da una complessa e vergognosa macchina di omertà manovrata dallo Stato.

Non credo servano altri commenti, la situazione mi è ora tristemente chiara e, devo ammetterlo, ci sono rimasto molto male: persone abituate a commentare impunite con ogni sorta di sproloquio basato su ignoranza e cattiveria sono spinte a farlo dai propri simili e da Facebook che le protegge in ghetti rassicuranti dove analfabetismo funzionale e assenza di freni morali diventano elementi di pregio.
C’è una grande fetta di popolazione che legge un Daily Me fatto di concetti semplici ed efficaci come una ghigliottina, che per sua scelta e vanto non può migliorarsi e che rincorre incessantemente i propri istinti brutali in un’asta al ribasso di valori e umanità.
Ma ci sono anche gli altri: illusi di vivere in un mondo raffinato e sulla via del progresso, non si curano dei primi e li lasciano fare ignorando il potenziale distruttivo che portano con sé: ogni commento, ogni pregiudizio infondato e qualsiasi cattiveria viaggiano così sul web incontrastati, senza un degno avversario a combatterli.
Due mondi che raramente si incontrano e, quando lo fanno, trovano sempre qualcuno disposto a rimetterli ognuno sui propri binari.

Quel qualcuno è Facebook che ha creato per noi un mondo ideale e ovattato dove il conflitto viene gradualmente ridotto all’osso ed evitato per lasciare spazio a contenuti cuciti su misura per noi che possano tranquillamente garantirci di vivere in modo sereno coccolati dalle nostre convinzioni.
Un’ eterna utopia senza troppi avversari e troppo movimento: una stagnazione culturale che rischia di riflettersi in una ancor più drammatica stagnazione personale, apripista del prossimo stadio dell’umanità a cui mi auguro di non arrivare mai: l’homo perfectus, l’illusione di andar bene così e non fare nulla per migliorarsi.
Non so voi, ma Jannat a me forse non piace più così tanto.

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