Elezioni Usa: è la fine del potere mediatico?

Sondaggi, televisioni, radio e carta stampata. Questi sembrano oggi essere i veri perdenti delle elezioni 2016 negli Stati Uniti d’America, le elezioni che tutti ricorderemo come fra le più sorprendenti e inaspettate svoltesi in un paese democratico moderno.

A fronteggiare il vulcanico Donald Trump la “moderata” Hillary Clinton: donna contenuta, pacata e dal programma sobrio ed estremamente solido. Ma soprattutto la prescelta dalla base democratica e dai media. I principali giornalisti statunitensi (ed europei) non hanno infatti fatto mancare infatti il loro endorsement alla Clinton: analisi politiche, selezione e rilettura dei sondaggi, previsioni di scenari ipotetici e commenti più o meno apertamente schierati non sono mancati né durante la fase delle primarie, in cui il candidato Bernie Sanders è stato scartato per scelte dirette dal Partito Democratico, né durante la campagna elettorale vera e propria.

“Sondaggi, televisioni, radio e carta stampata sembrano oggi essere i veri perdenti delle elezioni 2016”

Per un certo tempo i canali di comunicazione, che piaccia o no,  hanno dettato la direzione delle sfide elettorali. Per mezzo di domande ricercate, costruendo architetture mediatiche o attraverso l’uso – e abuso – di opinionisti e politologi il sistema politico doveva compiacere il potere giornalistico e i suoi capricci per raggiungere consensi capillari, spesso e volentieri traducibili in voti veri e propri. In Italia non dobbiamo nemmeno perderci in troppi esempi per rendere al meglio l’idea: Silvio Berlusconi è un nome che nel contesto parla da solo.
“Sua Emittenza” ha comprato alla fine degli anni ’80 tre canali televisivi e li ha serviti sul piatto della nazione, offrendo ciò che il popolo chiedeva in cambio di un’adesione di massa ad un modello durato vent’anni e che ancora oggi ha ripercussioni, seppur contenute, sul formarsi dell’opinione pubblica italiana.

Ed oggi? Oggi Fininvest e società satelliti possiedono 20% dello share televisivo e una larga fetta di editoria, gli ingredienti perfetti per costruirsi un impero ieri, una modesta presenza nella giungla dell’informazione oggi, nell’era del web 2.0.

“Il New York Times o il Washington Post diventano così fonti non molto più autorevoli del mio compagno del liceo o del vicino di casa. “

Con l’elezione di Donald Trump è finito il potere mediatico? Difficile rispondere, sicuramente ha subito un duro colpo. Oggi i giornalisti lottano con più di un miliardo e mezzo di utenti che possono esprimere un giudizio, condizionare e diffondere notizie in tempo reale. Mentre una volta per rendere una propria posizione pubblica e visibile era necessario entrare nelle grazie del potere mediatico, con i limiti annessi a questa obsoleta prassi, ad oggi per essere connessi con il resto del globo basta uno smartphone e un’idea vaga, anche se fondata su superficiali o parziali conoscenze dell’argomento.
Una sfida impari in cui chiunque diventa divulgatore con una velocità irraggiungibile per chi, come il giornalista, deve verificare e diffondere in modo chiaro una notizia con l’arduo compito di dover sembrare almeno apparentemente credibile. Nel caotico scambio di informazioni del web chi deve fare l’Informazione, quella con la “elle maiuscola”, non detiene più l’ascolto, l’attenzione e la reverenza di un tempo. L’avvocato può parlare di riscaldamento globale e l’imbianchino di flussi migratori senza dover rispettare i codici deontologici e le regole di chi ha il dovere di raccontare e commentare la realtà attraverso i canali ufficiali. Il New York Times o il Washington Post diventano così fonti non molto più autorevoli del mio compagno del liceo o del vicino di casa.

Umberto Eco denunciò come gli imbecilli, un tempo confinati nei bar o alle fermate degli autobus, oggi abbiano possibilità di esprimersi alla pari di un Premio Nobel, o di un giornalista aggiungerei. Eppure non si può limitarsi a piangere una situazione in cui tutti, volenti o nolenti, siamo immersi e artefici. È lampante che parte della colpa sia anche della categoria: un carattere quasi totalmente autoreferenziale e uno scaduto orgoglio per il ruolo sociale che il giornalista ha da tempo perso rendono gli addetti ai lavori sordi al cambiamento e quindi destinati all’inesorabile scomparsa.

La vittoria di Trump ne è un drammatico esempio. Anche se oggi in molti già hanno posto l’amministrazione Obama in una teca della propria memoria decorandola con la targhetta dei “Bei tempi andati” pochi ricordano come  il primo presidente afroamericano abbia in realtà deluso: la popolarità di Barack era da tempo ai minimi e in molti riconoscevano nel suo secondo mandato una serie di fallimenti che avevano generato una generale delusione fra i cittadini Usa.
Per questioni di anzianità, rispetto, convenienza politica e lobbistica il Partito Democratico ha scelto Hillary Clinton, la continuazione mediocre degli ultimi dieci anni, mettendo concretamente i bastoni fra le ruote ad un candidato più radicale e forse più capace di raccogliere i malumori degli elettori statunitensi: Bernie Sanders

La stampa, come ogni potere legato al proprio ruolo tradizionale, ha appoggiato il candidato che meglio prometteva di difendere lo status quo e il sistema di privilegi ad esso annessi, Hillary Clinton, la più conservatrice fra i democratici.

Ed è così che non rendendosi conto della gravità della situazione alla quale stanno soccombendo i giornalisti continuano a fare i giornalisti convinti di aver tra le mani lo scettro mediatico, tenendo stretto lo strumento impotente e antiquato dei mezzi di comunicazione.
L’aristocrazia dell’informazione è stata sostituita dalla repubblica dei social network, l’autorità del potere mediatico è stata diluita nell’immenso calderone dove chiunque ha la possibilità di esprimersi spostando pensieri, opinioni e voti.

Qualche speranza? Restare credibili.
Solo un giornalismo fuoriuscito dal tunnel dello spudoratamente e ciecamente schierato può tornare appetibile e dare una nuova vitalità alla categoria, quindi sopravvivere.
Il giornalismo occidentale dovrebbe tornare libero dai poteri politici ed economici e rimettersi nella posizione di sentirsi pienamente dipendente da un unico ed indiscutibile padrone: il lettore.
Dovrebbe inoltre riempire le nuove piazze digitali di contenuti affidabili, interessanti e articolati e porsi a capo di una crociata contro l’avanzante ignoranza e contro populismo alimentato dall’anarchia dell’informazione.

La campagna presidenziale americana è stata accompagnata da una cronaca troppo clemente con Hillary Clinton  e troppo inquisitoria con Donald Trump, facendo della stampa un organo impopolare e lontano dagli interessi dei cittadini americani, trasformandosi in una goffa caricatura di se stessa da cui in molti hanno preferito starne alla larga.

L’8 novembre negli Stati Uniti d’America hanno vinto l’imbianchino dell’Ohio e l’avvocato del Midwest. Hanno vinto Donald Trump e parte dei repubblicani.
Hanno perso una battaglia i democratici, ma ci riproveranno fra cinque anni
C’è chi invece è andato più di tutti vicino alla sconfitta definitiva senza nemmeno rendersene conto: è l’esercito dell’informazione, una volta temuto e spietato e oggi più che mai debole e disorganizzato.
Cambiare per non morire, è la dura legge dell’evoluzione. Dobbiamo farlo o ci toccherà andare a piangere sulla tomba del giornalismo dopo aver partecipato al suo triste funerale, una celebrazione sotto tono che attirerà i soliti pochi intimi, autoreferenziali e spocchiosi.

“Qui giace il giornalista che superbo ha governato il mondo ed è morto cieco e convinto di sedere su un trono. Chi è causa del suo mal pianga se stesso”

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