E se la libertà di parola ci togliesse la libertà di parola?

Come il web 2.0 ha creato un terreno fertile per la limitazione della sfera dei diritti di espressione e di parola.

Troll. Nella mitologia scandinava abitante magico dei boschi settentrionali e, più recentemente, internauta che attraverso post aggressivi o provocatori semina discordia nelle più disparate discussioni online con l’intento di dividere e far litigare la comunità web.
Non sono mai stato un fan dell’anti-politica ed è per questo che ho sempre guardato con sospetto chi narra con estrema convinzione della divisione fra “noi” e “loro”, i politici con i loro privilegi da una parte e i cittadini oppressi dalle angherie dei primi dall’altra. Sono invece sempre stato intellettualmente innamorato del mio professore di filosofia, un uomo di formazione gesuita e di tendenze socialdemocratiche seppur un po’ troppo spesso convinto delle proprie opinioni: ciò che più è vivo nei miei ricordi del mio docente è la frase “i Parlamenti sono l’espressione diretta di chi li vota”, pronunciata in aula durante un’ordinaria lezione e seguita da un’argomentazione disarmante che ricordo come fosse stata pronunciata da qualche minuto per quanto mi colpì nel profondo.
Più di dieci anni son passati da quella massima eppure oggi più di ieri il significato di quelle parole si incarna perfettamente nella categoria di politico più in voga di questi anni: il troll.

Affermava Umberto Eco: “Internet ha dato la parola agli imbecilli”. Pur riconoscendo gli innumerevoli pregi di questo strumento che Papa Francesco non ha esitato a definire “un dono di Dio”, non posso prescindere dalle considerazioni del semiologo italiano quando sottolinea che “chiunque può mettersi al pari di un Premio Nobel, prima certe considerazioni le faceva al bar, dopo due bicchieri di rosso, e sarebbe stato zittito dai compagni”.
Il web 2.0, quello che permette una gran mole di interazioni fra utenti, ha infatti trasformato per sempre l’approccio all’informazione e alla discussione politica plasmando per emanazione la classe dirigente e rendendola più incline a seguire le considerazioni di pancia delle masse.
False informazioni, mezze verità e omissioni dilagano impunite sulle piattaforme digitali come nei talk show e nei palazzi di potere producendo versioni della realtà sofisticate, nella maggior parte dei casi tendenziose.
Grigi sono i ricordi lontani della rettifica e della vergogna pubblica che comunemente accompagnavano il politico sbugiardato: oggi si mente, si fanno considerazioni imprecise e si nega l’evidenza, e lo si fa con una naturalezza terrificante. Le notizie viziate fanno parte della nomenclatura dialettica e la “metodologia troll”, se così può essere chiamata è apertamente utilizzato anche da chi della propria opinione ne ha fatto un mestiere: costruisci un fatto che giustifichi e renda coerente ciò che hai sempre sostenuto.
Razzismo e populismo in questo quadro si inseriscono perfettamente.
L’esempio più lampante è il “Birther Argument” negli Stati Uniti: le farneticazioni di qualche xenofobo, uno di quelli che Eco avrebbe collocato in un qualche squallido pub o in un saloon di periferia, sono diventate argomentazioni sbandierate anche tra le fila del Partito Repubblicano. Si vocifera senza alcuna prova oggettiva che il padre di Obama sia kenyano e che il Presidente non sia nato negli Stati Uniti, requisito messo nero su bianco nella Costituzione per ambire alla carica più alta della gerarchia politica d’oltre Atlantico.
E chi, navigando in internet non si è mai imbattuto su qualche presunta notizia, spesso razzista se lanciata da
destra o estremamente a-scientifica da sinistra, rivelatasi ridicola e infondata? Quanti dei nostri contatti Facebook pubblicano quotidianamente contenuti-spazzatura senza curare la verifica delle fonti?

La bufala è diventato elemento culturale su scala mondiale, senza distinzioni ideologiche di sorta e può rendere qualcuno anche se è l’ultimo degli imbecilli. Andy Warhol ha mantenuto la promessa che ci ha fatto qualche decennio fa “in the future everyone will be world-famous for 15 minutes”. La politica non si è fatta cogliere impreparata, ha colto immediatamente il nuovo modo di interpretare la realtà: “iudico ergo sum”.
Non si tratta solo di un fenomeno marginale di malcostume ma una preoccupante spina dorsale nell’acquisizione delle fonti: prima si recepiva un’informazione in modo passivo, oggi le persone hanno un immenso potere comunicativo e sono invogliate ad esprimere la propria opinione diventando inconsapevoli troll.

Alcuni troll dividono, aizzano, fanno emergere gli istinti più barbari e lo fanno con il solo intento di tirar acqua al proprio mulino, qualunque esso sia. Bambini, minoranze e disgrazie diventano strumenti pericolosi in mano ai freddi calcolatori del web, insensibili alle conseguenze determinate dalle loro azioni.
Il rischio è spesso vicino allo zero per chi è giocatore di questo gioco, è elevatissimo per tutti gli altri. L’odio e l’ignoranza mosso dai troll, siano essi personaggi da nomi inventati o Deputati alla Camera, diventa infatti una delle cause del malessere sociale diffuso: sul piano politico per esempio la paura del diverso spinge l’elettorato con tendenze xenofobe a radicalizzare il proprio pensiero evocando forme di sicurezza più dure e liberticide. Sul piano sociale vengono eretti muri divisori invisibili ma non inesistenti che possono emergere nelle scuole, sui mezzi pubblici o nelle strade delle nostre Città rinforzando la sensazione generalizzata di diffidenza. Dall’altra parte il processo di ghettizzazione viene rinforzato anche dall’interno a causa del continuo senso di accerchiamento, creando gruppi sociali o subculture per definizione emarginate ed emarginanti. In queste, e questo è un dato incontrovertibile, nascono sacche d’odio che nei casi più gravi diventano fondamentalismo.

J’accuse! I complici morali di qualsiasi estremismo sono gli imbecilli che parlano alle pance, sia che lo facciano per egocentrismo che per racimolare qualche voto in più. L’importante è farlo senza cognizione di causa, è l’unica regola del gioco.

La libertà di parola sta paradossalmente alzando il livello dello scontro determinando maggior insicurezza. Maggior insicurezza determina la richiesta di controllo sugli individui, bisogno al quale la politica risponde con un inasprimento delle leggi sulla censura -Francia e Turchia sono gli esempi più recenti-.
Il Trolling, giochino divertente in cui ammetto di essermi cimentato qualche anno fa per diletto, sta deteriorando i presupposti su cui poggiano i pilastri della coesione sociale e lo sta facendo proprio andando a colpire dritto al cuore il diritto di espressione, elemento importante quanto l’ossigeno per l’ esistenza Troll.
“Se affondo io affonderete con me, avete la mia libera parola”

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