Donald Trump: le miracolanti promesse e le accuse di razzismo rivolte ad Obama

Donald Trump ha promesso che l’America risalirà dal baratro in cui Obama e la maggioranza democratica l’ha portata. Come? “Portando il crimine e la violenza che affliggono gli Stati Uniti alla fine. Presto, molto presto”.

Le promesse concretamente impossibili da mantenere infiammano gli spalti, le bandiere a stelle e strisce sventolano instancabilmente e i cori da stadio non si risparmiano. Ognuno dei sostenitori di Trump sa bene, in fondo, che nessun Presidente potrà mai fermare del tutto crimine e violenza, elementi coesistenti in seno ad ogni società storicamente conosciuta, eppure le parole dell’oramai candidato per la presidenza alla Casa Bianca toccano le corde giuste e fanno emergere un desiderio sempre più invadente di controllo e sicurezza nelle prospettive dei cittadini USA.
Può non piacere ma Trump ha cambiato la nomenclatura dialettica del dibattito pubblico: non importa ciò che si dice, importa dire qualcosa che sorprenda.
E quasi non stupisce l’accusa di razzismo che muove al Presidente Obama che con la sua “irresponsabile retorica […] ha usato il pulpito della presidenza per dividerci in razze e colori, rendendo mai così pericolosa la società statunitense”. Lo stesso Donald Trump che chiedeva l’espulsione di tutti gli islamici dai territori nazionali, l’innalzamento dei muri a confine con il Messico e che non si è mai risparmiato una battuta a sfondo pregiudiziale accusa il primo Presidente degli Stati Uniti d’America di colore di promuovere divisioni e razzismo. Esternazioni deliranti fino a qualche anno fa ma che gradualmente si stanno normalizzando fomentando paure, faziosità e instabilità sociale. Mi sembra ieri che mi domandavo come i discorsi illogici e a tratti sconnessi di Hitler possano aver emozionato e convinto una nazione come la Germania, culla della filosofia tedesca, fino a portarla all’autodistruzione. Con un po’ di supponenza relegavo la credulità politica ad una forma di regresso storico oramai irripetibile senza immaginare minimamente che il 2016 occidentale non sarebbe stato tanto diverso dagli anni del primo dopoguerra europeo.

La storia non è un progresso ma un infelice eterno ritorno.

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