In calo i contratti stabili (-29,4%) e aumentano i licenziamenti (+7,4%). Parliamo della Raggi.

“Non sono grillino ma”, con questa frase potrebbe iniziare il mio articolo se non fosse che mi esporrei a critiche e ironie varie.
Potrei esordire esprimendo la mia opinione, dicendo che Virginia Raggi è stata di una disarmante sprovvedutezza e che si sta dimostrando assolutamente non competente al ruolo che ricopre, che il Movimento 5 Stelle spesso si dimostra una accozzaglia composta da vaghe idee frequentemente in aperta contraddizione l’una con le altre e da slogan non tanto diversi da quelli che costantemente vengono rilanciati dal governo Renzi, prodotti verbali figli della generazione cresciuta come compiacente spettatrice della fine dell’ideologia. Se mi sentissi veramente libero dal vostro giudizio direi che il M5S è un perfetto prodotto della seconda Repubblica, la naturale evoluzione della politica mediatica di Silvio Berlusconi, ma ho come la certezza che qualcuno mi darebbe subito dell’ossessionato antiberlusconiano e, molto francamente, nel 2016 mi sembra un concetto che definirei abbastanza *vintage *e dal quale avrei difficoltà a difendermi.
C’è poi la guerra in Siria, la fame nel mondo, il riscaldamento globale e la lotta contro il cancro. Potrei dire banalizzando che dovremmo parlare dei grandi problemi e me la caverei con una tranquilla mediocrità. Purtroppo lavoro in un giornale locale: del piccolo pettegolezzo e del campanilismo ne faccio uno stipendio, non mi converrebbe. E poi cadrei nel basso “benaltrismo”, concetto contro cui spesso mi sono scagliato: probabilmente in molti me lo farebbero notare. Risulterei incoerente.

Così terrò un basso profilo, non mi esporrò, non dirò nulla in merito. Rimarrò fedele all’italianissimo “tengo famiglia” (che per ora si traduce nel comprare ogni mese le crocchette al cane) e conserverò l’immagine del blogger che esprime concetti mediamente dignitosi e senza mai cavalcare l’onda mediatica del gossip.

Faccio solo notare quanto il *caso Raggi *in realtà sia un discorso di pura e semplice coerenza e aggiungo che la coerenza è quanto di più inumano possa esserci e possa essere desiderato, soprattutto in politica: sorprende come oggi ne siano diventati tutti paladini, anche i dinosauri della prima Repubblica. In sé non è accaduto nulla di diverso da quanto non succeda quotidianamente nei palazzi di tutto il globo. Vorrei solo dire che non esiste primo cittadino che sia uscito senza ossa rotte dalla gestione di Roma, una capitale di milioni di cittadini impossibile da governare con i limitati strumenti di un sindaco.
La Città Eterna è sempre stata l’arena di imponenti giochi di interesse e Virginia Raggi, eletta in pompa magna come l’antitesi di questi spettacoli di potere, è finita per diventarne un’attrice, tradendo il suo elettorato.
Forse il Sindaco di Roma si è dimenticata che l’arma più potente di questa infinita e invisibile guerra è l’informazione. Il *caso Raggi *è prima di tutto una disputa mediatica studiata e costruita dalla stampa e molto lontana dagli intricati e numerosi problemi della Capitale. L’impressione è che questo spettacolo si rivelerà presto una deludente bolla di sapone, un arido terreno di battaglia che dopo aver alzato tanta polvere lascerà deserto.
La più grande responsabilità di questa vicenda ce l’hanno la carta stampata e i gruppi editoriali che alimentando questa sterile polemica decidono arbitrariamente dove l’opinione pubblica dovrà perder tempo a parlar del nulla: mi chiedo solo fra qualche mese cosa ce ne faremo di tutto questo dare aria alla bocca. È innegabile, la stampa, seppur indebolita dal web e dai social network, muove l’indignazione a suo piacimento e interesse.
C’è solo da chiedersi se siano i lettori a spingere i giornalisti a parlar di gossip e a dividere l’opinione pubblica come curve da stadio o se è chi scrive che stimola la discussione con asfissianti ed ossessive campagne mediatiche. Non si tratta del vecchio uovo e della gallina, ho come il sospetto che sia un perfetto e collaudato meccanismo di domanda-offerta che non fa altro che auto-alimentarsi.
I potenti devono aver paura del giornalismo, è la democrazia. Ma una democrazia quasi totalmente in scacco del giornalismo dovrebbe ritenersi molto più che a rischio, dovrebbe ammettere di essere stata sconfitta.
L’unica certezza che a perderci, anche questa volta, saranno i cittadini romani.

Per cortesia, non condividete questo link, voglio mantenere una certa stima dei colleghi. Devo lavorare e le crocchette del cane non costano poco.

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