Cosa dobbiamo imparare dal video di Intesa Sanpaolo

Un tentativo di analisi al di fuori della gogna mediatica e del moralismo spiccio del "poi".

Il video celebre dei dipendenti della filiale di Castiglione delle Stiviere non ha bisogno di presentazioni e tantomeno di commenti, se ne sono letti abbastanza in queste ore. Ciò che resta da questo grande caos è uno dei casi di viralità mediatica che, senza ombra di dubbio, ci farà riflettere ancora a lungo per le implicazioni che ha generato.

Ciò che risulta più controversa è la repentina virata del popolo del web in questa vicenda: Katia Ghirardi, la direttrice protagonista del video, in poche ore è passata dalla gogna del web ad una (sicuramente non richiesta) santificazione della sua persona.

Un raptus di follia collettivo? Sulle testate nazionali e i siti più famosi in queste ore si è dato ampio spazio ad analisi e riflessioni che hanno dipinto gli ormai tristemente noti dipendenti della banca al pari di veri e propri martiri del cyberbullismo. Peccato che, nella maggior parte dei casi, siano stati gli stessi portali web ad amplificare il fenomeno Katia Ghirardi, prima diffondendolo e poi bastonando il ludibrio generale a cui stessi hanno ampiamente contribuito.

La viralità nasce dall'immediatezza. E l'immediatezza non passa dalla ragione. Se dovessimo pensare a lungo ad ogni nostra azione il nostro cervello dovrebbe usare più energie di quanto un corpo umano possa immagazzinarne, per questo nascono gli automatismi. Il tragitto casa-lavoro, allacciarsi le scarpe e ripetere un gesto di routine sono tutti comportamenti dettati principalmente dagli automatismi adattivi e scevri di riflessione.

Socializzare le emozioni forti è la base più forte della viralità. Paura, indignazione e ilarità sono le fondamenta della condivisione e nella condivisione si trova la chiave della viralità. L'ho fatto anche io: ho visto il video di Banca Intesa, ho riso e l'ho girato ad un paio di amici, senza darne troppo peso.

Nella vita reale reagiremmo diversamente ad un atto di bullismo? Probabilmente sì. Non che il mondo reale sia pieno di eroi, sia chiaro, ma è evidente che nel mondo vero la distinzione fra gli attori in scena sia più evidente. Molti di noi e molte delle testate che hanno partecipato alla gogna mediatica hanno partecipato ad un atto di cattiveria collettivo, accorgendosi del grave errore solo più tardi. In "Psicologia della Folla", nel 1895, Le Bon definisce l’influsso dell’agglomerato sull’individuo come un'improvvisa scomparsa di freni morali e di modi e pensieri tipici dell’uomo civile, uno scoppio di impulsi elementari, infantilismi e tendenze criminali. Insomma: da secoli il condizionamento sociale della massa determina un momentaneo sospendersi del giudizio.

Gli effetti della folla 2.0. Se vogliamo contattare un amico dall'altra parte del mondo, se vogliamo accedere all'informazione o ad un servizio o se vogliamo comprare qualcosa, oggi ci basta un clic. Straordinario? No, normalità. Per la nostra generazione l'abitudine e la tolleranza all'attesa sono bestie in via d'estinzione. Abituati allo stimolo-risposta abbiamo perso la capacità di fermarci e riflettere.

Siamo travolti dalla velocità e dalla socializzazione di ogni aspetto della nostra vita, tanto da arrivare a volte a tradire anche le nostre stesse peculiarità. Uno studio promosso da Pew Internet and American Life Project dimostra quanto il condizionamento sui social sia invadente, al punto da imporre l’individuo ad auto censurarsi e a seguire le ondate virali anche quando la propria idea o il proprio punto di vista appaiono di minoranza rispetto alla tendenza del momento. Nella vita reale avremmo forse trattenuto le risate, avremmo forse reagito con imbarazzo. Ma pochissimi si sarebbero comportati da bulli, nonostante poi lo si siano dimostrati sul web. Io per primo.

Bisogna saper aspettare. Lo dico da utente di internet, da blogger ma soprattutto da giornalista. Bisogna tornare a pensare alle possibili conseguenze di un'azione, auto escludersi dalle gare di immediatezza d'opinione a cui i social network ci impongono di partecipare. Secondo uno studio della Sud China University la conformità alle tendenze e alle ondate emotive mossa da internet non dura più di tre giorni. Dopo 72 ore infatti il cervello comincerebbe a rimettersi in discussione, a valutare l'idea che si possa in qualche modo cambiare idea. Abituati come siamo ad avere tutto e ad averlo subito sembra quasi che il tempo necessario per pensare a ciò che stiamo facendo non sia più tollerabile, sia da sacrificare sull'altare della viralità.

Abbiamo curato la malattia con la stessa malattia, abbiamo reso la doverosa vergogna generata dalla fame di immediatezza e viralità in qualcosa di identico ma mascherato in un ostile moralismo che non rende giustizia ma alimenta nuovamente il fuoco di questa vicenda. Editoriali, la spasmodica ricerca all'intervista e gli approfondimenti sulla questione non sono altro che un tentativo goffo di criticare l'onda delle tendenze. Rimanendone sulla cresta.

Basterebbe, forse, chiedere a se stessi una sola domanda ogni volta che si sta per schiacciare un bottone della nostra tastiera: Che conseguenze avrà questo mio gesto?

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