CONDIVIDI QUESTO POST SE SEI INDIGNATO! (Senza sapere il perché)

Fenomenologia dell’indignazione sul web.

Non leggerlo, è lungo, CONDIVIDI E BASTA. Dalle grandi metropoli ai paesini più dispersi ciò che accomuna tutte le comunità è l’avere una piazza. L’Agorà (in greco) è il centro della polis, cuore pulsante della discussione civica dove teoricamente l’opinione, se concessa in forma di diritto, può essere espressa e confrontata con i propri concittadini. Delle piazze tradizionali spesso conosciamo gli attori e le caratteristiche fondamentali di pensiero che li caratterizzano e questo, in qualche modo, crea un ambiente familiare entro cui muoversi.

Molto più grandi sono le piazze tipiche dei social network: ben salde poggiano su fondamenta non fisiche e si espandono immense sullo schermo del nostro PC. In pochi minuti la massa digitale che tipicamente le frequenta può esprimere giudizi, decretare la popolarità di determinati argomenti e condurre i media e la classe politica ad esprimersi, relegando questi ultimi al ruolo passivo di “megafoni” delle tendenze del momento.
In questo teatro caotico i singoli individui si fondono in un soggetto imponente e dialetticamente inarrestabile: la folla.
Già in Psicologia della Folla Le Bon sottolinea l’influsso dell’agglomerato sull’ individuo:
improvvisa scomparsa di freni morali e di modi e pensieri tipici dell’uomo civile, scoppio impulsi elementari, infantilismi e tendenze criminali.
Un compatto gruppo di esseri umani caratterizzato da omogeneità e da una mediocrità disarmante.
Sfat
iamo anche il mito della pluralità di argomentazioni: uno studio promosso da Pew Internet and American Life Project dimostra quanto il condizionamento delle opinioni sui social sia invadente, al punto da imporre l’individuo all’auto-censura quando la propria idea appaia di minoranza rispetto alla tendenza del momento. Spesso chi rema controcorrente rimane incompreso, così ci si deve abbassare per sopravvivenza ad un linguaggio semplice, a concetti più lineari con lo scopo di prender parte ad una forza conservatrice, spesso con un rispetto feticistico per le tradizioni, un orrore inconscio per le novità, una moralità arroccata. CONDIVIDI SUBITO. 
Scenari da ressa sociale in cui la razionalità e il pensiero critico si sospendono completamente. L’effetto non dura molto, un altro studio della South China University rivela che il condizionamento mosso dalla spinta di omologazione dura mediamente tre giorni, poi il cervello rimette in moto i processi che portano a mettersi in discussione e si tende ad aprirsi all’idea di cambiare opinione. Ovviamente per ragioni di coerenza c’è chi non lascia spazio a passi indietro eppure in linea generale pare proprio che le speranze dell’umanità si debbano posticipare solo per 72 ore, un tempo più che accettabile in normali condizioni di confronto se non fosse che quest
e siano infinitamente lunghe nell’ era del web 2.0. Basti notare con quanta velocità si alternino le tendenze top su Twitter che solo in rari casi superano la mezza giornata di vita.
In questo lasso di tempo l’individuo cede la propria guida alle emozioni. Non più senso critico, analisi e dubbi ma solo forti sentimenti, concetti semplici e affermazioni categoriche. *
In quel breve spazio concesso alla discussione l’individuo in folla si sente in una forza crescente. Determinati istinti o imbecillità, singolarmente, le eviterebbe. NON SEI STUFO DI LEGGERE? CONDIVIDI*

*
Di questo si nutre grassamente la presunta indignazione su cui cercano di far leva i link che consigliano l’immediata condivisione: con l’unico scopo di farsi pubblicità, raccogliere clic sulle sponsorizzazioni o orientare le idee pubblicano le peggiori porcate del web spingendo l’utenza ad interagire senza rifletterci minimamente. Ciò che se fosse detto a voce collezionerebbe non più di qualche risata diventa nella folla una notizia vera a priori, un dogma scandaloso da espandere quanto più velocemente possibile.
Il dubbio, già messo a dura prova, lascia spazio all’imperativo “CONDIVIDI” seguito da un “se” a cui non si può far altro che acconsentire perché fortemente identificante: se sei indignato. Svuotato infatti di ogni criticità l’individuo sente solo l’eco delle proprie emozioni e delle emozioni del gruppo e, riconosciutosi nell’ indignazione stessa, valuta la popolarità dei contenuti come prova incontrovertibile della loro veridicità. Le condizioni ci sono tutte: sono indignato, riconosco miei simili che provano la stessa gamma di sensazioni facendomi sentire parte di qualcosa di più grande e voglio farlo sapere al mondo:
* non ho tempo di pensarci, non ho tempo di verificare. Questo basta.
Oggi le persone hanno un immenso potere comunicativo e sono invogliate ad esprimere la propria opinione, meglio se condivisa.
C’è il rischio che questo comportamento possa determinare in realtà una diminuzione della libertà di espressione, rischio elevatissimo e da scongiurare in ogni caso e dal quale pare non vi sia via d’uscita.
Limitare le libertà di espressione, oltre a sollevare questioni morali, otterrebbe un risultato da cui si cerca di sfuggire: un cane che si morde la coda, autodistruggendosi.
Probabilmente manca responsabilità: nella folla l’impunità è garantita e la messa in discussione dell’individuo scongiurata. È come lanciare il sasso, fare iniziare una fitta sassaiola e nascondere vigliaccamente la mano.
Certe situazioni dovrebbero farvi indignare.
*
Detto ciò spero di averti convinto, almeno per 72 ore di una cosa:
CONDIVIDI SE SEI INDIGNATO!!!*

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