"Quando c'erano i brigatisti il carcere era un luogo migliore"

Ho conosciuto Carmelo Musumeci qualche anno fa, nel carcere di Padova. Per un brevissimo periodo ho aiutato i detenuti a seguire alcuni corsi universitari e uno di questi era proprio lui. Entrato in carcere nel 1991 con la licenza elementare in un quarto di secolo è cambiato, si è laureato due volte e ha scritto diversi libri sulla situazione carceraria. Un giorno gli lasciai una copia del Manifesto del partito comunista di Marx, me l'ha persa. Tuttavia le poche e brevi chiaccherate fatte con lui mi hanno sempre colpito per la lucidità e l'amarezza. Ora è in semilibertà e durante il giorno assiste i disabili. Ho deciso di tornare a parlare con lui.

"Quando c'erano i brigatisti c'era più coscienza di carcere, era meglio". Questa è una una frase forte, provocatoria. La puoi spiegare?

In carcere non ci sono diritti se non lotti per averli. E per non affogare devi lottare, lottare per qualsiasi cosa. Un tempo in carcere ci andavano i ribelli sociali, o chi aveva fatto delle scelte criminali consapevoli, e, bene o male, loro protestavano e facevano sentire la loro voce. Grazie a loro sono nate negli anni Settanta e Ottanta le riforme dell’Ordinamento penitenziario e la Legge Gozzini.

Oggi invece in carcere ci vanno i disgraziati, i tossicodipendenti, gli extracomunitari e gli emarginati sociali.
Poi ci sono i mafiosi che di per sé sono già istituzionalizzati perché abituati ad obbedire ai poteri forti locali o ai loro riferenti politici.

Il progressivo abbandono della coscienza di carcere che conseguenze ha avuto nella vita quotidiana delle carceri? E fuori?

Si può dire che l’attuale popolazione carceraria rispecchia quella fuori, insieme alle ideologie sono venuti meno principi come la solidarietà e l’umanità. Si può dire che anche in carcere si stava meglio quando si stava peggio, ora dentro c’è più ipocrisia: ci vogliono bravi, buoni, pacifici, moderati, ragionevoli. L'obiettivo è distruggerci l’anima e lasciarci il fisico sano. Adesso non ci picchiano (a parte alcuni casi isolati), ci nutrono sufficientemente, ci fanno studiare e ci curano. Ma ci hanno tolto ogni speranza.
Tanti prigionieri attuali sono disperati perché sono privati di ogni prospettiva futura. Per quanto riguarda tutto il resto, nulla è cambiato. I nostri carcerieri possono fare tutto quello che vogliono come allora: il diritto e i diritti funzionano solo per i ricchi.

Oggi va molto la retorica del "Buttate via la chiave". Umanamente, che significato ha buttare via la chiave?

Il carcere dovrebbe redimere e non accontentarsi dell’inutile soddisfazione di punire il detenuto. Faccio un esempio: mentre una volta nel carcere qualche fetta di cielo si poteva vedere dalle celle, ora, in alcuni istituti dove ci sono detenuti in regime di carcere duro, il cielo non è più di tutti perché tutto intorno alle finestre hanno messo delle lamiere e alcuni prigionieri non possono più vedere né il sole né la luna. A mio parere, il carcere è una delle peggiori torture che l’uomo abbia potuto escogitare. Non serve a niente, ma rappresenta una “vendetta sociale”. Le sofferenze, subite con la permanenza in carcere non migliorano certo le persone. Una lunga pena detentiva, o addirittura l’ergastolo, è una punizione che supera tutte le altre, la più mostruosa, così terribile che poteva essere giustificata solamente con la copertura di motivazioni religiose. Infatti il carcere modernamente inteso non è un’invenzione laica. Ha forti analogie con la religione cristiana, dove la prigione assomiglia molto all'Inferno dei cristiani: il luogo in cui i dannati e gli angeli ribelli espiano eternamente la loro pena.

Tra gli effetti delle lunghe pene c'è un allontanamento forzato da molti aspetti della vita reale, aspetti che portano ad una sorta di disumanizzazione del detenuto. Come conciliare una pena lunga con un percorso di reinserimento nella società?

Molti pensano che il carcere sia la medicina. Ciò non è vero, perché il carcere rappresenta piuttosto una malattia della società, la gabbia dell’odio e della rimozione sociale. In luoghi come questi non si migliora, si peggiora. Continuando a sentirci ripetere che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, alla fine ce ne convinciamo e cerchiamo di esserlo davvero.

Nella maggioranza dei casi l’istituzione penitenziaria opera ai margini del diritto, in assenza di ogni controllo democratico, nell'arbitrio amministrativo e nell'indifferenza generale. Ma, forse, la cosa peggiore del carcere è che la tua vita dipende da altri che, continuamente, ti dicono cosa devi fare e quando e come devi farlo. A volte questi “altri” sono peggiori di te, e tu devi per forza sottostare ai loro capricci. Per questo motivo, dentro queste mura, è quasi impossibile conservare dignità ed orgoglio.

Il politico e giurista tedesco Gustav Radbruch ha scritto: «La ricetta di rendere sociale il soggetto antisociale, mettendolo in una situazione asociale, insegnandogli cioè a nuotare fuori dell’acqua, è fallito. Solo nella società si può educare alla società».

Il carcere è una fabbrica di stupidità. E non migliora certo l’uomo. Il più delle volte lo rende scemo. In questi luoghi è anche difficile andare d’accordo con tutti. E non è certo come fuori che puoi andare da un'altra parte. L'unico modo per un detenuto di non sentirsi schiacciato dal carcere è quello di sentirsi libero interiormente; ma ci sono dei giorni in cui è proprio impossibile riuscirci. E la sofferenza, allora, diventa insostenibile. Il sociologo canadese Erving Goffman scriveva: «È molto diffusa fra gli internati la sensazione che il tempo passato nell’istituzione sia sprecato, inutile o derubato alla propria vita». Infatti, il tempo trascorso in carcere non ha tempo e fa sentire vecchi o giovani secondo i giorni.

Carmelo, perché hai iniziato a scrivere?

Quando nel 1992 sono stato sottoposto al regime di tortura del 41 bis e deportato nell’isola dell’Asinara, avevo letto in un libro questa frase, trovata scritta in un muro di un lager nazista: Io sono stato qui e nessuno lo saprà mai. Queste parole mi hanno subito stimolato a scrivere e per un quarto di secolo non ho fatto altro, per fare conoscere al mondo dei vivi la Pena di morte viva (o Nascosta come chiama Papa Francesco la pena dell’ergastolo)
Il mio ultimo libro si intitola con la prefazione di Agnese Moro (la figlia dello statista ucciso dalle Brigate Rosse), pubblicato e distribuito da Amazon.

Il libro di Carmelo Musumeci è acquistabile su Amazon a questo indirizzo: https://www.amazon.it/Angelo-SenzaDio-Carmelo-musumeci/dp/1544016441/ref=asap_bc?ie=UTF8

I contenuti del mio blog sono gratuiti e senza pubblicità. Questo grazie alla donazione di decine di miei lettori. Se vuoi puoi contribuire anche tu, affinché ideologorroico possa sostenersi in modo libero e autonomo. Grazie





Visualizza i commenti

Get the latest posts delivered right to your inbox.

Privacy Policy