A Cagliari scuola con bagni separati per immigrati: un capolavoro razzista

Bagni separati per bambini immigrati e nativi.
Non siamo nel Sud Africa dell’Apartheid né nella Germania nazista di Adolf Hitler. Siamo in Italia, e non stiamo parlando delle leggi razziali del 1938 volute da Benito Mussolini.
Dobbiamo solo fare un salto nel tempo di qualche giorno e un viaggio spaziale di pochi chilometri per trovare il capolavoro del razzismo italiano incarnatosi in una scuola elementare di Cagliari inscenatosi con l’inizio di quest’ultimo anno scolastico.
Questa è la storia di Giulio e Francesco, nomi di fantasia che ho deciso di dare a due bambini di 9 e 11 anni che potrei chiamare Ahmed e Hassan per renderli più facilmente inquadrabili ma che per quanto hanno subito, almeno nella mia narrazione, meritano di essere trattati come bambini prima che come immigrati.
Giulio e Francesco non hanno più genitori, forse sono morti in mare o durante il lungo viaggio nel deserto; forse non sono riusciti a prendere lo stesso barcone. Vengono affidati a due avvocati e ospitati in una comunità religiosa. Una storia come tante in Europa se non fosse che accade qui, nel nostro Paese: terra del cattolicesimo e di scambi millenari nel Mediterraneo che ci hanno permesso un arricchimento culturale tra i più variegati del mondo .
La cultura del rispetto e lo spirito cristiano però non sembrano essersi iscritti alla scuola paritaria gestita da suore dove Giulio e Francesco vengono mandati per imparare l’italiano, per costruirsi un futuro. Ogni bambino ha diritto ad un futuro in fondo.

Arrivati a scuola Giulio e Francesco vengono subito isolati dai compagni, nessuno rivolge loro neanche un saluto perché sono diversi. Si può dare dei razzisti a dei bambini? Io penso impopolarmente di sì. Ai bambini si può perdonare di più, si possono comprendere gli errori e a volte prendere con un sorriso anche gli atteggiamenti più sbagliati. Sappiamo che spesso adottano processi razionali più semplici o meno critici ma sono convinto che i fenomeni vadano chiamati con il loro nome, indipendentemente che siano commessi da grandi o piccini: razzismo è quello che nel contesto pare vesta meglio. Non credo però che i bambini possano sviluppare del razzismo se non indotti dagli adulti e forse Giulio e Francesco hanno subito il riflesso dell’ignoranza quotidiana al quale molti piccoli italiani sono massivamente sottoposti.

“Perché non ci avete chiesto cosa ne pensassimo dell’iscrizione di bambini stranieri nel nostro istituto? Perché non ci avete interpellati?”

Questa la “legittima” domanda di uno dei padri alle suore. Come se, in una scuola paritaria, l’accesso al sapere possa essere valutato e interrotto per mezzo di veti dai genitori degli altri alunni. In Italia un padre o una madre non possono impedire l’accesso all’educazione del proprio figlio, figuriamoci di quello altrui.
Le critiche e le proteste divampano e le suore giocano la peggior carta che potessero tirar fuori dal proprio mazzo: il compromesso.
I bagni separati diventano così il contentino per tenere buoni i genitori, avrebbero dovuto tener lontano i piccoli sardi dalle sconosciute malattie che Giulio e Francesco non si portano dietro ma che tutti sospettano che abbiano. Neanche i certificati medici e le analisi avevano spento la fobia pseudo-scientifica dei bravi genitori sardi. I bagni separati hanno legittimato le caratteristiche principali del razzismo all’italiana.
Scarsa o nulla conoscenza delle culture diverse, repulsione fisica, ossessione per l’igiene e spudorata ignoranza. Caratteristiche segretamente nascoste nel proprio intimo familiare, che emergono solo fra le mura domestiche o nella folla. Nessuno di questi genitori si permetterebbe di sostenere tesi tanto infondate di fronte ad una platea né di intavolare le stesse discussioni in un tavolo fra perfetti sconosciuti. Ma la timida vergogna che solo in casa si può esprimere diventa fiero senso di appartenenza da sventolare nella massa informe, il tema “bambini” può far solo da carburante. I genitori fanno gruppo, si sentono al sicuro, lanciano accuse infondate sapendo benissimo che nessuna controbattuta li colpirà direttamente, come se la colpa di essere razzista possa essere spalmabile fra i membri del gruppo. Essere colpevoli di razzismo è la caratteristica che unisce gli impavidi padri e madri dei figli di Cagliari, l’imbarazzo diventa orgoglio, l’irrazionalità il motore del gruppo.
Solo due famiglie non si sono state, solo due famiglie si sono indignate e con l’infinita energia di chi va contro corrente hanno fatto emergere il compiacente segreto della scuola dell’apartheid.

“Non doveva saperlo nessuno, doveva rimanere interno alla scuola”

Adesso è di dominio pubblico, oggi ci si vergogna un po’, nemmeno la corazza della massa ha retto l’impatto. Adesso i genitori della scuola dell’apartheid non parlano o se lo fanno si appellano al fraintendimento.
Temevano per la salute dei propri figli e per tutelarli hanno inventato malattie, virus o batteri che nemmeno la scienza conosce.
I genitori di Cagliari hanno immerso i figli nel disinfettante dell’ignoranza, il disinfettante che distrugge il senso critico e qualsiasi considerazione sensata con l’unico scopo di appianare latenti paure, confortare nella relativa tranquillità del monocromo. Esiste solo una malattia dal quale non sono riusciti a difendere i loro figli e che il disinfettante non può eliminare. È una malattia che colpisce miliardi di persone nel mondo. Può essere acuta e ben visibile o silenziosa, ma non per questo meno pericolosa. Quando diventa epidemica può causare milioni di morti. I bambini della scuola di Cagliari son stati contagiati dai genitori con il morbo del razzismo, la gravissima malattia dell’intelletto che tutto sommato non dovrebbe far paura perché facilmente curabile, basta avere qualche dose di buona volontà.

Una malattia evitabile frutto della cattiveria umana. Una malattia che rovinerà per sempre la vita di Giulio e Francesco.

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