L'alternanza scuola-lavoro fa male. Al di là degli slogan

I giovani sono un argomento vecchio.

Ed è curioso che la retorica favorevole all'alternanza scuola lavoro si fondi in gran parte da un'analisi degli adulti, dall'alto verso il basso, con la classica supponenza di chi è nato prima. Curioso sì, perché dai giovani di oggi si pretende che sperimentino, imparino ad organizzare, a lavorare in team. Tutte abilità che gli adulti di oggi vantano di possedere senza tuttavia aver mai partecipato ad un'iniziativa simile.

"I giovani di oggi sono viziati" dice qualcuno, dimenticando che il mondo, la cultura e l'educazione sono state date loro dagli adulti, gli stessi fautori di un'epoca che sicuramente non verrà ricordata dai posteri come il "Secondo Rinascimento", tanto per usare un eufemismo.

A dover far pensare, però, è proprio il principio che sta alla base dell'alternanza, il principio per cui si ritiene in qualche modo benefico che i giovani si immergano prematuramente nel mondo del lavoro. Secondo questa logica la scuola diventa solo una palestra preparatoria per futuri homo oeconomicus, individui alla spasmodica ricerca di una collocazione occupazionale che hanno il dovere di adattarsi a ciò che li aspetta alla fine del loro percorso di studi.

Si dimentica che gli studenti in realtà sono il mondo del lavoro di domani, saranno loro a determinare rapporti e modalità, saranno loro a creare aziende e a sviluppare idee, saranno loro il motore dell'innovazione. La scuola ha il dovere di creare menti, non dipendenti.

La ricetta dovrebbe essere l'esatto opposto di quanto fatto per l'alternanza: dovrebbero essere le aziende ad entrare nelle scuole. Gli imprenditori dovrebbero fare stage nei licei e nelle facoltà, capirne alcuni aspetti, investire nell'istruzione per dare aria all'innovazione.

Bisogna fare un passo indietro, bisogna fare come Don Milani. Accortosi di recitare la messa di fronte ad una platea di ignoranti smise di investire in parole indecifrabili contro muri impenetrabili e dedicò buona parte delle sue attività alla scolarizzazione degli ultimi. Disse: "Da bestie si può diventare uomini e da uomini si può diventare santi. Ma da bestie santi d'un passo solo non si può diventare".

In un'epoca che certamente non brilla di amore per la cultura e l'istruzione la scuola non deve formare delle copie obbedienti del mondo degli adulti bensì plasmare le menti per trasformare gli studenti in donne e uomini innanzitutto. La società ha bisogno di esseri pensanti che sappiano reinventare il mondo, che sappiano spazzare via lo status quo che abbiamo dato loro, che sappiano superarci.

Non possiamo nasconderci dietro l'ipocrisia, non possiamo limitarci a giudicarli. Il mondo degli adulti deve tornare ad investire nella scuola in quanto elemento culturale, deve slegarla dagli aspetti strettamente occupazionali e liberarla dall'inseguimento insensato al collocamento.

Nella cultura e nell'istruzione faticano ad annidarsi le radici del populismo e della demagogia, elementi che animano la società degli adulti, per anni intenta ad investire ciecamente solo ed esclusivamente nell'utilitarismo in sé, senza spessore umano di sorta. Dovremmo essere tutti noi a tornare a scuola, a studiare, a coltivare il nostro spirito critico.

E dovremmo lasciare i nostri giovani a coltivarsi, ad essere meglio di noi. Noi che sui vizi e sulla superficialità abbiamo edificato una nuova e distruttiva morale, per una volta, dovremmo imparare a dare fiducia alle nuove generazioni. Non è l'età a renderci migliori in fondo.

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