Abdel, l'operaio investito, è stato ucciso dal benessere.

Sangue dalle orecchie e dalla bocca. Questo l’ultimo ricordo di Abdel Salam, facchino della nota compagnia di corrieri espresso GLS, investito da un camion mentre cercava di bloccare il transito merci per protestare contro le dure condizioni di lavoro imposte dal ritmo disumano del capitalismo moderno.
Assumersi parte delle responsabilità fa male, ma deve essere fatto. Ogni qualvolta paghiamo cifre irrisorie per prodotti d’uso comune, ogni volta che impostiamo -o accettiamo che ci venga imposto- un corriere rapido ed economico per farceli arrivare e quando ci affidiamo ad un colosso del commercio preferendolo alla bottega sotto casa per risparmiare qualche euro, stiamo oliando un silenzioso sistema di sfruttamento sui nostri simili di cui, questo va detto, siamo primi complici. Un sistema che qualche volta deve vomitare le sue più crude conseguenze proprio lì, di fronte ai nostri occhi, andando a minare la realtà di plastica che l’Occidente ha deciso di costruirsi. Per fortuna il meccanismo poi torna ad essere muto, ad edificare il nostro benessere altrove, sia questo un paese del sud del mondo o una periferia industriale della provincia piacentina.

Abdel Salam faceva parte dell’esercito dei martiri del benessere, curava la logistica dei nostri capricci. Turni massacranti da 12 ore, pagamenti ben sotto il limite della dignità, nessuna tutela e una costante minaccia incombente “se non obbedisci vai a casa”. I facchini come lui sono spesso assunti da cooperative esterne, infami vincitrici di aste al ribasso per collaborare con le grosse compagnie di trasporto e spesso create solo sulla carta con lo scopo di fallire nell’arco di un anno, per poi rinascere sotto altri nomi : la ricetta perfetta per mantenere i dipendenti sotto il giogo della precarietà, per poterli licenziare facilmente, per farli lavorare a cottimo, per renderli omertosi. Fa male, ma è il prezzo del risparmio.

Qualcuno ha provato a dire no. Qualcuno ha messo il proprio corpo di fronte al simbolo del caporalato legalizzato, il tir dei trasporti,  ha provato a riaffermare il valore della dignità umana sul profitto e ha deciso di farlo sul cemento, di fronte alla propria azienda, senza paura. Dentro l’abitacolo un altro soldato del benessere, vittima come il ribelle ma suo tenace avversario, un’altra anima che quella sera stava contribuendo alla sanguinosa guerra di concorrenza che il nostro sistema economico ci impone. Fuori l’azienda, incarnata in un fedele funzionario. “Se non obbedisci vai a casa”, il mantra è marmoreo, non si modifica mai, anche dovesse costare la vita di un uomo. “Stendili come se fossi un ferro da stiro” pare abbia urlato. In fondo, avrà pensato il dirigente, i clienti avevano pagato sì poco, ma avevano pagato e meritavano che la consegna andava portata a termine. Cosa voleva fare Abdel? Davvero pensava di mettersi in mezzo ad una consegna? “Se non obbedisci vai a casa”. “Il mutuo, la famiglia, la macchina, se mi licenziano cosa faccio?” avrà pensato l’autista “tutto questo vale la vita di un egiziano?”

Abdel non c’è più, nel ricco e centrale Nord la povertà di questi martiri stona e fa poco rumore. Abdel era un semplice immigrato e faceva un lavoro umile, per poco tempo ci ricorderemo di lui. Forse lo ricorderà il dirigente su cui formalmente non pende nessuna accusa. Sicuramente l’autista che probabilmente se la caverà solo con un processo per reato di omicidio stradale ma che avrà sulla coscienza l’immagine del sangue di Abdel sgorgare copioso dalla bocca.
E noi? Tra una settimana ce ne saremo scordati, elaborato il dolore bolleremo questa tragedia come un incidente frutto di un male necessario.
Torneremo a risparmiare qualche manciata di euro, torneremo a dimenticarci dei martiri del benessere.
Ciao Abdel, se mai scriveranno un libro su di te lo compreremo su Amazon.

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